mercoledì 22 febbraio 2012

Parigi, 1930: la scomparsa del Generale Kutepov




In questo articolo de La Stampa del 1958 viene rievocato il 
rapimento del generale bianco Kutepov, rifugiatosi in terra francese nel 1924 nel tentativo di scampare alla furia assassina del bolscevismo. Tentativo destinato a non andare a buon fine.
 
Anno XII Numero 236 STAMPA SERA Sabato 4 - Domenica S Ottobre 1958
 
GLI AFFARI CELEBRI
La scomparsa di Kutepov

Il 26 gennaio del 1930, un po' prima delle undici antipomeridiane, il generale Alessandro Kutepov usciva dal suo modesto
alloggio situato al secondo piano dello stabile di via Rousselet segnato col numero 26, a Parigi. Aveva detto alla moglie che si recava alla sede dell'Organizzazione degli Anziani Ufficiali dell'Armata di Gallipoli, vale a dire in Rue Demoiselle 81. L'uomo che i Soviet chiamavano Tigre Bianca era un colosso di quarantotto anni cui la folta barba grigia e l'andatura decisa davano un certochè d'inconfondibile. Molto noto tra gli emigrati che vivevano a Parigi nei dintorni del Pantheon, il Kutepov che aveva combattuto da eroe contro i Turchi nell'Armata dei Dardanelli, era tornato in Russia proprio mentre scoppiava la rivoluzione rossa. Messo al comando di quattro reggimenti (quelli di Kornilov, di Markov, di Alexiov e di Drosdov), il generale era divenuto l'idolo dei Russi bianchi, il portavoce dei trudovichi che avevano a capo Kerenskij, e il terrore delle truppe rosse che non riuscirono mai a infliggergli uno smacco. Egli aveva dovuto tuttavia decidersi a riparare in Bulgaria dopo il trionfo bolscevico per passare in Siberia e stabilirsi poi definitivamente a Parigi con la moglie nel 1924. Capo di varie organizzazioni antisovietiche, Kutepov non si faceva illusioni sui sentimenti che nutrivano per lui gli agenti della Ghepeu parigina, e non metteva piedi fuori di casa senza prendere le sue precauzioni, gira quasi sempre accompagnato da un fido autista russo, già guardia bianca: e proprio costui l'aspettava quel mattino di domenica in Rue de Sèvres con la vettura per condurlo alla sede della sua organizzazione, anzi, nella cappella dell'Associazione dove era atteso per le undici. Ma la rappresentanza di Russi bianchi, quella degli ex-militari russi nonché dei combattenti di Gallipoli attesero invano il loro capo. Tigre Bianca non fu più visto a Parigi e la polizia, dopo aver seguito, perso, ritrovato e definitivamente abbandonato mille piste dovette decidersi a dichiarare che un uomo era stato, rapito in pieno giorno a Parigi e ch'essa si riconosceva incapace di mettere le mani sui colpevoli. Quello che resta a tutt'oggi uno dei più misteriosi casi politico-giudiziari dell'altro dopoguerra deve la sua stranezza non al fatto che nessuno abbia potuto fornire una traccia sensata, ma piuttosto a quello che troppe e fin troppo probabili piste sono state indicate. Vediamone qualcuna, trascurando le più romanzesche. Anzitutto, la signora Kutepov che è rimasta sola col figlioletto Pietro di cinque anni nell'appartamentino di via Rousselet, confessa che suo marito aveva da poco ricevuto da Mosca una lettera intimidatoria. Ella ripete che Kutepov era uomo prudentissimo, e che non usciva mai solo, tanto meno si sarebbe fidato a servirsi di un'auto pubblica. Esclude inoltre ch'egli le nascondesse qualche segreto: aveva assicurato che sarebbe rientrato per l'ora di pranzo, e non aveva nemmeno preso con sé il portafogli. (E' vero che il luogotenente Tokadov la smentisce dolcemente: qualche volta, soprattutto di domenica, il generale usciva solo, passeggiava con gli amici e pranzava perfino in qualche ristorante del centro...). Intanto il 31 gennaio il Governo Sovietico smentisce seccamente le voci secondo le quali il Kutepov sarebbe stato rapito da agenti della Ghepeu, mentre il deputato parigino Louis Dumat presenta un'interpellanza al Ministro degli Interni per chiedere che vengano tutelate la libertà e la sicurezza di coloro che hanno chiesto ospitalità alla Repubblica francese. Quanto ai Russi bianchi, costituiscono un Comitato Kutepov, incaricato di far ricerche del generale. La pubblicità scatena un'ondata di rivelazioni e di testimonianze più o meno attendibili, eccita i soliti amanti della notorietà e i tipi nevropatici: pertanto piovono le denunce scritte o no, si affollano i testimoni. Quasi tutti sono concordi su due punti. Parlano di una misteriosa auto grigia seguita da una non meno misteriosa auto rossa. Su una di queste macchine sarebbe stato visto un uomo dall'aspetto erculeo, barbuto, sorretto da altri due uomini. Il secondo punto sul quale molti testimoni si accordano è una donna dal mantello color topo, che avrebbe le fattezze di una certa Alessandra Janovitch, notoriamente al soldo dei Soviet. Tra le altre sue bizzarre abitudini, certo giustificate dalla sua non meno bizzarra professione, vi sarebbe quella d'indossare spesso e volentieri l'uniforme di guardia di città... Una decina di persone assicura di averla vista parlare col guidatore dell'auto grigia che ha attraversato Parigi tra le undici e mezzogiorno del 26 gennaio. Non basta. Un tizio chiamato Selesnev, agente della Ghepeu, si presenta alla redazione de La Renaissance dichiarando di aver modo di mettere la polizia sulle tracce dei rapitori di Kutepov. Esibì il certificato Nansen (l'unico documento che permettesse agli emigrati russi di viaggiare all'estero, a quei tempi), si dilungò in particolari, promise di tornare l'indomani... Ma il redattore capo fu costretto a dirgli che le sue affermazioni erano risultate infondate, e il Selesnev confessò di aver mentito nella speranza d'intascare i franchi promessi dal Comitato Kutepov a chi fornisse utili informazioni per dipanare la matassa. A malincuore, perché era un tipo simpatico e vestito in modo da far compassione, dovettero arrestarlo. La testimonianza dell'Ispettore di Polizia Cheveau sembrò per un attimo dovesse far piena luce sul caso. Il Cheveau aveva preso servizio al Consolato d'Italia domenica 26 gennaio. Verso le ore undici aveva visto arrivare a gran velocità l'ormai famosa, elegantissima auto grigia. Vi era una guardia seduta accanto all'autista, e nell'interno stavano tre uomini: due di essi trattenevano a viva forza il terzo e sembrava lo volessero imbavagliare. L'auto svoltò rapidamente nell'Avenue de Tourville, e a poca distanza vi era l'altra macchina rossa. Una vettura da piazza, questa. Non c'era dubbio. Kutepov era stato rapito, a Cheveau, Ispettore di Polizia, e uomo sano di mente, si poteva credere senz'altro. Ma chi l'aveva rapito? Dove si trovava? Il fatto che fosse giunto da Berlino a Parigi il gigantesco Gabeluk, il carnefice della Ghepeu, avvalorò l'opinione che Kutepov fosse tuttora vivo e si trovasse ancora nella capitale, o nei suoi immediati dintorni. Poco dopo il fatto l'infermiere Augusto Steinmctz aveva assicurato di aver assistito, da una finestra della clinica dov'era impiegato, al rapimento del generale, parlando naturalmente delle due auto fantasma, come i Parigini incominciavano chiamano le macchine misteriose ma a questo punto, ecco di scena una nave, nientemeno, la Spartak, un legno sovietico di 3000 tonnellate proveniente da Leningrado e arrivato a Le Havre il 21 gennaio. Esso era ripartito il 25 gennaio in direzione della Russia, via Anversa. Avrebbe dovuto arrivare in questa città entro il 26, poiché il tragitto richiedeva venticinque ore: ma la Spartak non era giunta ad Anversa che il 27, e un'indagine minuziosa appurò che il suo comandante, Sommer, aveva fatto condurre la nave nel porto di Le Havre dal pilota Pestel in attesa di passeggeri sconosciuti. Il 9 febbraio il corrispondente del giornale L'Ami du Peuple telegrafò da Bruxelles a Parigi che l'auto grigia dei rapitori di Kutepov era stata vista ad Anversa. A questa, che venne chiamata la pista di Anversa, gli appassionati del caso opponevano la pista di Berlino. L'auto grigia era stata vista nel Belgio a Mons vicino a Lilla, e poi nella capitale tedesca. Ma in tal caso, perché far arrivare il tetro Gabeluk proprio da Berlino? E che valore dare alla lettera anonima che afferma esser il cadavere del Kutepov sepolto nel bosco di Meudon? L'opinione pubblica era divisa in tre grandi correnti. I più credevano che il Kutepov, sulla Spartak, avesse proseguito il suo viaggio per la Russia passando da Anversa. Altri che si trovasse a Berlino, o almeno che ci fosse stato per un certo periodo di tempo. I tipi meno fantasiosi e più pessimisti prestava non molta fede alla pista di Meudon. Per loro, Tigre Bianca giaceva da tempo sotto le erbose zolle del bosco di Meudon, insensibile ad ogni querela che lo riguardasse, muto per sempre com'era desiderio dei' suoi avversari. Col passar degli anni, altre lingue si sciolsero e altre divennero mute. Le rivelazioni sul caso Kutepov si fecero via via più precise... ma sempre, senza dar modo di porre le mani sui colpevoli, né indicare in modo esatto la fine dell'eroe dei Russi Bianchi. Qualche volta veniva fatto, sì, il nome dei responsabili: ma essi erano troppo lontani o troppo importanti perché la mano della giustizia li raggiungesse. Altre volte la rivelazione, fin troppo particolareggiata, aveva il carattere di confidenza gelosa e rifiutava di varcare le soglie dell'Ambasciata o della redazione di giornali, o del Commissariato a cui gli ascoltatori avrebbero voluto destinarla. A Bucarest nel gennaio del 1932 il giornale Cuvantul pubblicava la notizia che la polizia era riuscita a identificare il francese che doveva aver partecipato al rapimento di Kutepov. Era un certo Lecoq, gerente di un albergo parigino nei pressi dell'Etoile, trovato in possesso di diverse lettere di pugno di Kutepov. Il Commissario parigino, che risponde al nome di Faux Pas-Bidet, ha interrogato molte persone che furono in rapporti col Lecoq e ha fatto conoscenza con tipi molto strani. Tra questi il signor Nestor Philia che ogni sera cambia domicilio, non azzardandosi a dormire due notti di seguito sotto lo stesso tetto. Costui, che si fa chiamare generale (ed è stato invece parrucchiere, sarto, cameriere, sensale... Commissario del Popolo sotto Kerenskij), ha accumulato rapidamente un misteriosa fortuna. Non nega di aver conosciuto Kutepov in Russia, nel 1917 prima che Tigre Bianca fosse costretto a lasciare la terra dei Soviet. Ma da questo a esser responsabile o complice della sua sparizione, ci corre!... La polizia francese seguitò a occuparsi del caso, attenta a tutte le informazioni e a tutti i casi politici del genere che dal 1930 si susseguirono in Europa: ad esempio, il tentato rapimento dell'addetto militare alla Legazione dcll'U.R.S.S. all'estero, signor Agatiev, grande amico del Kutepov, e gli attentati contro l'ex ambasciatore della Russia zarista a Bucarest, Poklcwskii, anch'egli intimo dello scomparso. Poi venne la seconda guerra mondiale. 
Ubi maior, minor cessat


Anni dopo……..

On January 26, 1930, Kutepov was kidnapped in Paris by OGPU agents. According to Pavel Sudoplatov, "This job in 1930 was done by Yakov Serebryansky, assisted by his wife and an agent in the French police. Dressed in French police uniforms, they stopped Kutepov on the street on the pretext of questioning him and put him in a car. Kutepov resisted the kidnapping, and during the struggle, he had a heart attack and died, Serebryansky told me. They buried Kutepov near the home of one of our agents near the outskirts of Paris."[1] Kutepov was believed by French police of having been smuggled to the Soviet Union.

Per chi volesse approfondire……
1. Pavel Sudoplatov, (1994), Special Tasks: The Memoirs of an Unwanted Witness, a Soviet Spymaster, page 91.
(tratto da http://en.wikipedia.org/wiki/Alexander_Kutepov)

giovedì 16 febbraio 2012

Malattie d'altri tempi: la Clorosi


Assai comune nell' 800, oggi scomparsa dai testi medici, colpiva soprattutto il sesso femminile ed era caratterizzata da  spiccata anemia  e dal colorito della cute, a sfumatura verdastra, intorno alle orbite, alle labbra e alle tempie.
Malattia in sostanza di natura sociale era frequente in soggetti che vivevano e lavoravano in ambienti affollati con scarsa igiene. Tra le cause l’alimentazione povera e l'eccessivo carico lavorativo in ambienti malsani. La clorosi, in realtà, comprendeva tutta una serie di disturbi e malattie del sesso femminile tra cui anche la patologia psichiatrica che col tempo sarebbe stata inquadrata nosologicamente come anoressia nervosa.

Da Google libri ho tratto alcune pagine che illustrano esempi di casi clinici ascritti a situazioni varie. Nel primo caso la Clorosi è riferita a "cause esteriori", nel secondo a "verminazioni" e nel terzo a "stato di gravidanza":

MONOGRAFIA DELLA CLOROSI

PER GABRIELE MINERVINI

DOTTORE  IN MEDICINA, SEGRETARIO AGGIUNTO DELL’ ACCADEMIA PONTANIANA, SOCIO CORRISPONDENTE DELLA REALE SOCIETÀ ECONOMICA DELLA PROVINCIA DI TERRA DI LAVORO, DELL’ACCADEMIA FLORIMONTANA, DELL’ ACCADEMIA COSENTINA, DELLA REALE ACCADEMIA DI SCIENZE E LETTERE DI PALERMO, DELLA REALE PELORJTANA DI MESSINA, DE TRASFORMATI DI NOTO DE GEORGOFILI DI FIRENZE ETC
(LAVORO PREMIATO DALL’ACCADEMIA MEDICO CHIRURGICA DI FERRARA)

NAPOLI
 DALLO STABILIMENTO TIPOGRAFICO DI G. CATANEO Strada Ventaglieri N 71
1853

Una bambina di cinque in sei anni forma il soggetto di questa storia era la meschinella figlia di miserabile donna che dimorava in assai umida abitazione senza aperture tranne quella di entrata La madre di questa infelice costretta a guadagnarsi il sostentamento era obbligata ad andare intorno per la città nè potendo seco condurre la bambina sola la rimaneva rinchiusa in quell’umido locale perfettamente privato di luce scorse qualche mese appesa e la misera non appetiva più era trista e lamentosa non dormiva il volto perdendo la sua floridezza divenne pallido abbattuto un leggiero gonfiore ne ingombrava il corpo le carotidi pulsavano visibilmente e il cuore dava leggiero rumor di soffio Osservatala con ogni diligenza non trovai alcun organo visibilmente affetto da morbo indagando le cagioni mi persuasi che lo stare in sito umido e privato del beneficio della luce l’avea condotta a quello stato consigliai alla madre di trasportarla altrove e di farle godere i vivificanti influssi dei raggi del sole dopo qualche mese senza adoperar rimedio di sorta ritornò allegra e florida come pria riacquistando interamente la salute

Un vecchio Armeno che aveva fatto frequenti viaggi in Abissinia mentre in un caffè di Costantinopoli decantava a Brayer le virtù del cousso si avvicinò loro un garzone di bottega da varii anni tormentato dalla tenia Il quale dopo molti segreti praticati erasi dimagrato soffriva frequenti lipotimie e crudeli dolori spesso gli facevano sospendere il travaglio L Armeno disse a Brayer in Abissinia questa malattia sarebbe durata ventiquattrore e costui soffre da dieci anni Suo figlio di ritorno nel 1820 da colà glie ne spedì i fiori Il garzone ne prese il decotto la mattina a digiuno L odore e lo dispiacevole sapore gli produssero nausee vivi dolori enterici e colle scariche ventrali espelle la tenia In seguito di molte altre evacuazioni di moccio tutto finì e scorsi sei mesi la di lui salute era sommamente migliorata

Nel mese di Aprile 1846 fui chiamato a consultare Lucrezia Gargea originaria di Sellia dimorante nel Villaggio Marina madre di più figli di temperamento sanguigno bilioso di mediocre complessione a circa anni quaranta la quale lagnavasi d’ idrope ascite per diagnosi ed assicurazione dei professori del Comune di Cropane i quali prescritto aveano chi la Scilla marina chi la digitale chi le polveri temperanti di Frank e chi lo sciroppo antidropico di Elvezio. La donna nell’anno antecedente era stata da me guarita di peripneumonia biliosa Ponderando le mie ricerche sullo stato morboso in esame trovai nel volto edema nel mattino che svaniva nel corso del giorno lasciandolo impallidito con naso affilato dimagramento del corpo torpore dei nervi epistassi per la terza volta tosse secca respirazione asmatica difficoltosa mammelle un pò tumide e ferme polso più frequente e più duro del naturale edema ai piedi amenorrea tensione aumento e peso dell’addome Dietro la percussione il ventre mostrava sotto le dita moto ondoso come di fluttuazione e la donna avvertiva nella regione ipogastrica un movimento che non sapea spiegare Sospettai che fosse fenomeno uterino Prescrivendo alla femina la stazione in piedi colle cosce alquanto divaricate ed esplorando dalla vagina col dito indice il collo della matrice mostravasi pieno rotondato molle elastico ed il muso di tinca offriva un apertura quasi circolare penetrando con facilità e profondamente la punta del dito L utero of frivasi alquanto abbassato e le sue labbra formavano un piano parallelo Dal retto il dito non potea passare oltre al muso di tinca il volume dell utero era molto aumentato Dissi allora che si trattasse di gravidanza e tenni per fermo che quel movimento di cui la pregnante non sapea dare spiegazione era il movimento di ballottamento cosi detto dagli ostetrici Feci sospendere gli anzidetti farmachi ordinai dei corroboranti e diedi il mio parere alla donna assicurandola che bentosto diverrebbe madre In ottobre dell’istesso anno ebbi il piacere di conoscere che la Lucrezia si era sgravata d un ben fatto pargoletto
 Il Severino anno 1849 pag 89 Gestazione creduta idrope ascite osservazione di Pasquale Tiriolo

Da La Stampa del 6 giugno 1884


lunedì 13 febbraio 2012

Corso Ferrucci a Torino. Anatomia di una strada

Corso Ferrucci corre in direzione Nord-Sud perfettamente rettilineo fino a quasi due terzi dalla sua fine poi piega lievemente verso Ovest.


















E' il classico viale alberato torinese con un'ampia carreggiata centrale e ai due lati, delimitati da alberi, (per lo più platani o begolari) due controviali, uno per ogni senso di marcia.


 Inizio a Nord da Piazza Bernini



Piazza Adriano


La curva ad Ovest


Incrocio con Via Monginevro



Incrocio con Corso Peschiera

L'estremità Sud su via Braccini



Topografia
Sul suo lato Ovest presenta intersezioni con 13 vie e con 2 corsi importanti , Peschiera e Vittorio Emanuele. Sul lato Est invece il numero di incroci è 11. Ha due piazze, Bernini a Nord, all'incrocio con Corso Francia e Adriano a circa metà, dove terminava, fino a metà degli anni '50, Corso Vittorio Emanuele proprio davanti al birrificio Boringhieri demolito per creare la piazza e la prosecuzione del corso stesso. 
Attraversa tre quartieri e precisamente, da Nord a Sud,  Cit Turin, Cenisia e per un piccolo e anonimo tratto, Borgo San Paolo. Si può definire una via principalmente di tipo residenziale, ad urbanizzazione più recente nel suo sviluppo meridionale, grosso modo da Piazza Adriano in giù, più spiccatamente di fine ‘800 a ridosso del Corso Francia. Gli esercizi commerciali sono molto diluiti, praticamente assenti sulla sponda occidentale. Ha un solo ristorante, tra l’altro di cucina giapponese, all’altezza di Via Monginevro. La lista di altri esercizi è completata da 3 Banche e poco meno di una dozzina tra negozi di informatica, materiali elettrici, autosalone, bar e caffè.
Corso Ferrucci non presenta scorci suggestivi nè edifici di rilievo, pur sviluppando dall'inizio alla fine una ariosità signorile con i suoi platani ben rappresentati e la commistione di palazzi vecchi e nuovi.
Origini del nome
Sulle origini del suo nome, consultando le pagine dell'archivio storico della Stampa, scopriamo che la prima menzione riferita al Ferrucci è del febbraio 1916 (AFFITTASI appartamentino ammobigliato, comodità moderne, divisibile, camera, salotto. Corso Ferruccio 54. Boringhieri), mentre è del 7 novembre 1893 la notizia dell'avvenuta edificazione dell'Istituto Duchessa Isabella poi Scuola Media Giovanni Pascoli e quindi Berti. La foto della piantina mostra l'allora Piazza della Barriera di Francia (Piazza Bernini) e appunto, Corso di Circonvallazione, non ancora quindi Corso Ferrucci.
Da notare che fino ai tardi anni 20 il nome di Ferrucci sarà scritto come Ferruccio.
Nel maggio del 1957 vengono stanziati dal Comune 13 milioni per il rifacimento dell'illuminazione stradale della via.

Curiosità
Un punto di particolare pericolosità del corso è sempre stato l'incrocio all'altezza delle vie Monginevro, San Paolo e Fratelli Bandiera. Qui, prima dell'installazione negli anni 80 dell' impianto semaforico attuale, si registrarono numerosi incidenti stradali alcuni con conseguenze mortali. Nel settembre del 1958, un tram percorse 3 chilometri e mezzo senza nessun conducente a bordo, dal deposito di corso Trapani, lungo via Monginevro, incrociando a grande velocità il corso Ferrucci, prima di finire la corsa, poco oltre il monumento di Vittorio Emanuele II, col tamponmento di un'altro mezzo di linea. Le cause non furono mai chiarite, per fortuna la misteriosa corsa non causò nessun ferito.

Edifici (ricordi e documenti)
I primi ricordi che ho del corso risalgono a metà degli anni '50. Allora nell'area tra Via Pier Carlo Boggio e via Fratelli Bandiera, nel luogo dell'attuale n° civico 105, sorgeva una grande fabbrica dalle mura in mattoni ormai in abbandono, di cui non mi è stato possibile rinvenire traccia. Ma più importante, sempre in quegli anni, era il grande caseggiato che segnava l'inizio di via San Paolo: il famoso "Bogo". Fatiscente già allora, tutto in mattoni a vista, con i suoi ballatoi e i gabinetti all'esterno, era popolato per lo più da gente di bassa condizione. Nelle case adiacenti, abitate da un ceto di media-bassa borghesia  si guardava con sospetto a tutto il complesso e ai suoi residenti. Poco più a Sud tra il corso, via Pier Carlo Boggio e corso Peschiera nel 1942 fu edificato l'isolato delle case economiche per i dipendenti delle Ferrovie dello Stato, a nove piani, suddiviso in centoquarantotto appartamenti  con un'ala di minore altezza aperta sul lato di via Boggio.


Ancora più a Sud sorgeva tra i corsi Ferrucci e Peschiera e le vie Osasco e Montenegro, lo stabilimento della Società Piemontese Automobili Ansaldi-Ceirano, costruito nel primo decennio del Novecento su un’area di 12 mila metri quadrati lungo la ex via Circonvallazione. Nel 1949 dai cancelli della fabbrica escono gli ultimi autocarri di produzione SPA. (tratto da Museo Torino). Spostandoci diametralmente all'altro lato del corso, verso  Nord, troviamo al n°2 un edificio dal gusto liberty del primo novecento con affaccio su Piazza Bernini, ad uso civile abitazione.


Al n° 12/14 sorge l’Istituto Missioni Consolata, fondato il 29 gennaio 1901, ha come prima sede la palazzina di corso Duca di Genova 49 (ora corso Stati Uniti), chiamata Consolatina”. Nel 1905 la struttura si dimostra insufficiente ad accogliere i seminaristi. Viene acquisito un terreno di mq. 12000 sulla strada della Circonvallazione (ora corso Ferrucci) e compreso tra le vie Cialdini, Bruino, Coazze. E’ eretto un edificio capace di 200 allievi sul lato di via Bruino mentre sulla Circonvallazione sono elevati due fabbricati minori per parlatori, segreteria, museo. I lavori sono seguiti con passione e abilità operativa dal canonico Giacomo Camisassa (1854-1922), vice rettore del santuario della Consolata e cofondatore dei missionari. L’inaugurazione avviene il 23 ottobre 1909 ed il 29 gennaio 1910 nascono le suore missionarie della Consolata che nel 1913 partiranno per sostituire le cottolenghine che fino a quel momento hanno collaborato nelle missioni africane coi padri missionari. Nel 1914 viene costruita sul lato nord dell’area la sede per le suore, nel 1927 i fabbricati sul corso sono sopraelevati e nel 1938 viene inumata nella cappella la salma dell’Allamano. Nel novembre e dicembre 1942 le bombe distruggono  parte dell’Istituto che però rinasce nel dopoguerra dando vita a nuove missioni sparse ormai in tutto il mondo. Nell’Istituto è allestito un museo etnografico.(tratto da Museo Torino)

All'angolo con via Vochieri sorgeva l'ex Ruotificio Italiano Soc. An, ex Fabbrica Confede poi abbattuti negli ultimi anni per far posto al complesso che si sviluppa tra via Pier Carlo Boggio e corso Feruucci sulle aree ex Nebiolo ed Westinghouse


L'ospedale Martini

Si deve all'iniziativa di un privato il prof Enrico Martini l'edificazione dell'omonimo ospedale situato in Borgo San Paolo in corso Ferrucci allora Corso Circonvallazione all'altezza degli attuali numeri  48/50. Il Martini, assistente di chirurgia all'ospedale San Giovanni, aveva constatato che parecchi malati del Borgo S. Paolo, in particolare gli infortunati, mal sopportavano il lungo trasporto in vetture, lettighe o barelle fino al San Giovanni con conseguente peggioramento delle loro condizioni. Furono queste osservazioni ad indurre il prof. Martini a costruire un ospedale in quella zona periferica. Come era prevedibile il Municipio diede al chirurgo la più ampia approvazione e nel 1910 sorse l'Ospedale Martini dotato di 50 letti e di tutti i laboratori e servizi inerenti. Il Comune aveva fissati 25 letti nel reparto di chirurgia per il ricovero di malati poveri, che necessitassero di prestazioni d'urgenza. La prima costruzione era ad un solo piano che ben presto si dimostrò inadeguata ai bisogni per cui ne venne elevato un secondo nel 1914-15.  I letti in forza al Comune salirono così da 25 a 50. La scelta del borgo San Paolo fu dovuta al grande incremento di popolazione riscontrato in quegli anni nell'area col conseguente forte impulso edilizio. La struttura dell'ospedale era a padiglioni con ampi giardini intorno e poteva vantare eccellenze d'avanguardia per l'epoca come il Dispensario per lattanti, un laboratorio per la preparazione dei vaccini oltre che vari ambulatori: da segnalare quello dedicato agli infortuni sul lavoro, gratuito. 
L'ospedale sopravisse di poco alla morte del suo fondatore avvenuta il 17 gennaio del 1942. Nel novembre di quell'anno in seguito ai massicci bombardamenti degli alleati sulla città, subì gravi danni per cui fu decisa la sua demolizione. Gli era stata fatale la vicinanza con le caserme e le officine ferroviarie.

E ciò che rimase...





venerdì 10 febbraio 2012

L'ospedale Martini di Corso Ferrucci a Torino: 1911-1942

Il problema delle urgenze mediche e chirurgiche a Torino costituiva ad inizio 900 un serio problema. L'aumento della popolazione e il graduale svilupparsi di aree urbane sempre più periferiche rendeva via via più drammatica la carenza di adeguate strutture di soccorso. L'unico ospedale in grado di effettuare prestazioni d'urgenza era il San Giovanni vecchio che però per la posizione centrale mal si prestava ad una rapida assistenza di persone giunte da aree più lontane. Si deve all'iniziativa di un privato il prof Enrico Martini l'edificazione dell'omonimo ospedale situato in Borgo San Paolo in corso Ferrucci allora Corso Circonvallazione all'altezza degli attuali numeri  48/50. Il Martini, assistente di chirurgia all'ospedale San Giovanni, aveva constatato che parecchi malati del Borgo S. Paolo, in particolare gli infortunati, mal sopportavano il lungo trasporto in vetture, lettighe o barelle fino al San Giovanni con conseguente peggioramento delle loro condizioni. Furono queste osservazioni ad indurre il prof. Martini a costruire un ospedale in quella zona periferica. Come era prevedibile il Municipio diede al chirurgo la più ampia approvazione e nel 1910 sorse l'Ospedale Martini dotato di 50 letti e di tutti i laboratori e servizi inerenti. Il Comune aveva fissati 25 letti nel reparto di chirurgia per il ricovero di malati poveri, che necessitassero di prestazioni d'urgenza. La prima costruzione era ad un solo piano che ben presto si dimostrò inadeguata ai bisogni per cui ne venne elevato un secondo nel 1914-15.  I letti in forza al Comune salirono così da 25 a 50. La scelta del borgo San Paolo fu dovuta al grande incremento di popolazione riscontrato in quegli anni nell'area col conseguente forte impulso edilizio. La struttura dell'ospedale era a padiglioni con ampi giardini intorno e poteva vantare eccellenze d'avanguardia per l'epoca come il Dispensario per lattanti, un laboratorio per la preparazione dei vaccini oltre che vari ambulatori: da segnalare quello dedicato agli infortuni sul lavoro, gratuito.
 




foto tratte da MuseoTorino 
http://www.museotorino.it/view/s/57bf34ba3f9441ecb828b11c0acd3fd1

L'ospedale sopravisse di poco alla morte del suo fondatore avvenuta il 17 gennaio del 1942. Nel novembre di quell'anno in seguito ai massicci bombardamenti degli alleati sulla città, subì gravi danni per cui fu decisa la sua demolizione. Gli era stata fatale la vicinanza con le caserme e le officine ferroviarie.

Note di cronaca......


Il trafiletto comparso sull'edizione de La Stampa del 18 gennaio 1942 ricorda in breve tutte le benemerenze del prof. Martini, "uomo semplice e buono, fascista di vecchia data...". Tra le note di cronaca aveva fatto molto scalpore il processo intentato a fine anni 20 al Professore, con l'accusa di procurato aborto ad una sedicenne, tale Rosy Cavallaro, mannequin presso la casa mode Gori. La giovane in seguito a complicazioni settiche era deceduta all'ospedale Martini nel novembre del '25. Il Prof Martini era stato condannato a 4 anni e 8 mesi per la vicenda, che vedeva coinvolti oltre all'amante della Cavallaro anche un conoscente della ragazza che, pare, avesse indirizzato la malcapitata al Professore stesso. 
Il 10 gennaio 1931 il Prof Martini si costituiva e veniva incarcerato. A fine gennaio però la Cassazione su ricorso degli imputati ordinava la scarcerazione del Martini rinviando gli atti alla Corte d'appello di Milano per un riesame.







giovedì 9 febbraio 2012

La Torino del nuovo millennio immaginata nel 1964

Nel 1962 il Comune bandisce un concorso per la progettazione del nuovo centro direzionale della città, a cui partecipano numerosi gruppi di architetti torinesi e nazionali. Previsto nell’area occidentale, non verrà realizzato, ma sollecita il dibattito intorno allo sviluppo verticale dell’edilizia torinese.
Il Centro direzionale di Torino nella collocazione tra i corsi Francesco Ferrucci e Inghilterra, mai realizzato ma oggetto di un concorso nazionale nel 1962 cui partecipano alcuni dei maggiori progettisti non soltanto torinesi, è per la prima volta ipotizzato dal Piano regolatore generale del 1956, approvato tre anni più tardi. Il concorso è il simbolo evidente, nel dibattito dei primi anni Sessanta, della terziarizzazione di Torino nel pieno del boom economico, e nello specifico dell’area occidentale della città che – al centro di imponenti piani di trasformazione e sviluppo a partire dal piano Astengo (1947), grazie al previsto asse di attraverso nord-sud – sarà poi la sede del grattacielo Sip di Ottorino Aloisio (1964). Il concorso è anche luogo significativo di elaborazione progettuale nel campo dell’edilizia pluripiano con funzioni terziarie direzionali.
Il concorso bandito dall’Amministrazione comunale nel 1962 vede protagonisti architetti e urbanisti tra i più significativi del panorama nazionale. Ludovico Quaroni è il capogruppo del progetto vincitore (motto «Akropolis 9», con Mario Bianco, Sergio Nicola, Nello Renacco, Aldo Rizzotti e Augusto Romano), che propone la novità, pressoché assoluta per la città, del grappolo di torri riunite in un contesto organico e coerente di blocchi pluripiano. Sono 14 gli edifici da 120 metri che emergono da una grande piastra, poste al centro dell’intervento e destinate a funzioni direzionali essenzialmente private. Gli altri gruppi partecipanti, per quanto in molti casi propongano soluzioni dalle dimensioni molto cospicue anche in altezza, tali da costituire un segno spesso evidentissimo nello skyline cittadino – sono in particolare i casi dei progetti di Giovanni Astengo con Gianfranco Fasana e Giuseppe Abbate («Operazione 70», terzo premio), di Carlo Aymonino e Franco Berlanda («Badeba», quarto premio), di Gianugo Polesello, Aldo Rossi e Luca Meda («Locomotiva 2», un blocco a corte di 140 metri d’altezza) e del gruppo guidato da Guido Canella («Incentivo 1970») – soltanto eccezionalmente prevedono edifici emergenti nel nuovo tessuto e dallo spiccato carattere di “segno urbano”. Lo fa Nicola Mosso («Torino 11») che progetta, all’interno di un sistema di edifici alti, due blocchi speculari di 100 metri e una lama a ponte su corso Ferrucci: Claudio Dall’Olio («Nuova Augusta 999», progetto segnalato), con l’infilata di 5 torri distanziate lungo corso Inghilterra e un blocco isolato a doppio corpo; e Glauco Gresleri con Giorgio Trebbi («Toro seduto 12», segnalato), con la loro selva di torri attorno a un anello viario soprelevato. I gruppi di Cesare e Augusto Perelli e Giorgio Ponti («Pitré 78»), così come quello di Aymonino, destinano una torre isolata a nuova sede della Regione Piemonte: il possibile confronto con i progetti recenti di Massimiliano Fuksas è suggestivo,
 (tratto da Museo Torino)

All'inizio del 1964 comparve sulla Stampa la notizia dei risultati del concorso. Ecco il testo integrale dell'articolo


Mercoledì 8 Gennaio 1964
UNA CRONACA ANTICIPATA (CHE CI AUGURIAMO VERITIERA) 
Così allo scadere dell'anno 2000 apparirà la fantastica City di Torino
Progetti presentali alla popolazione nella Galleria Civica d'Arie moderna da giovedì prossimo al 19 gennaio.
Una vasta area non lontana dal vecchio centro storico trasformata in centro direzionale
L'Acropoli
Una grande collina artificiale irta di grattacieli che digrada dolcemente verso un parco in cui sorge la zona residenziale Uffici pubblici e privati, banche, locali di divertimento: la vita continua notte e giorno. La stazione per gli aerorazzi a decollo verticale e la base subalpina interplanetaria  A due anni dalla fine del secondo millennio dell'era volgare, potranno leggere tra qualche decennio i nostri posteri sulle eliogazzette del 1998, l'Acropoli torinese appare certo meno avveniristica di quanto fosse sembrato nel 1963, il suo progetto proclamato vincitore nel concorso bandito dall'Amministrazione comunale per la sistemazione della grande area a ponente della ferrovia Torino-Milano sino a corso Ferrucci, via S. Paolo e via Osasco, tra le vie Braccini (a sud) e Cavalli (a nord).
Prime polemiche
Ventiquattro erano stati i progetti concorrenti. Più d'uno, forse, ricorderà ancora la mostra che dal 9 al 19 gennaio del 1961 ne presentò ventuno alla cittadinanza con i nove ritenuti migliori. L'esposizione, allestita nelle sale della civica galleria d'arte moderna, era stata inaugurata dal sindaco Anselmetti, simpatica figura d'ingegnere che esordendo come sindaco quasi con civetteria aveva dichiarato di essere soltanto un rude meccanico, mentre si rivelò poi come uno degli amministratori più sensibili alle presenze culturali della città. La mostra, com'era naturale, suscitò discussioni e le solite polemiche tra fautori e oppositori; ma interessò molto anche per la varietà delle soluzioni offerte dagli altri progetti premiati: quelli redatti dal gruppo di architetti veneti capeggiati da G. Samnnà (Biancaneve e i 7 nani 8), dai torinesi Astengo, Fasana e Abbate (Operazione 70) e da un'équipe di professionisti romani comprendente anche l'arch. Berlanda di Torino (Badeba 33). Agli altri cinque progetti era stato assegnato un rimborso spese. In quei giorni, Bruno Zevi, eminente studioso d'architettura, notava in una delle sue note settimanali: «Con il concorso per il nuovo centro direzionale Torino ha scritto una pagina nuova nell'urbanistica italiana. Sono stati premiati quattro progetti che rappresentano altrettante tesi sulla "terziarizzazione" della città moderna; quattro interpretazioni sul modo di affrontare il crescente sviluppo degli edifici e degli spazi necessari all'amministrazione pubblica e privata, al commercio, allo svago e ai servizi, cioè a quell'insieme di funzioni che si definiscono appunto "direzionali" e che caratterizzano insieme all'aumento delle popolazioni ed all'automazione degli impianti produttivi, l'assetto territoriale della nostra epoca».
Eccellente alternativa
Diciamolo pure: è alla creazione di questo centro che si deve se Torino non è morta di asfissia. Merito dunque delle amministrazioni civiche che l'hanno voluto, me. anche  e forse più di quelle che hanno reso possibile la sua creazione praticamente conservando per secoli, come un bene intangibile sottoposto al Demanio quella zona ideale, ad appena 1500 metri da Porta Nuova, a 1800 metri in linea di aria da piazza Castello, e ad un solo chilometro da piazza Statuto: centralissima, e pure in grado di costituire una eccellente alternativa rispetto all'antico centro storico che delegando in certo qual modo al centro direzionale le sue funzioni essenzialmente economiche, si è salvato, conservando per sé il tradizionale ruolo di rappresentanza, cui ben si confà il suo aulico carattere e la ricchezza di monumenti architettonici specialmente barocchi che qui sono stati valorizzati in una lunga e dispendiosa, ma preziosa politica di risanamento ambientale. L'Acropoli, come continuò a chiamarsi col nome del progetto elaborato da una equipe formata dagli architetti e ingegneri torinesi Renacco, Nicola, Rizzotti, Romano e Bianco e dai loro colleghi romani, L. Quaroni, Esposito, Maestri e Quistelli, con la consulenza del Centro ricerche industriali e sociali di Torino divenne, com'è noto, subito un quartiere alla moda, riunendo veramente secondo le previsioni dei suoi autori, la caratteristica eleganza di certe zone residenziali romane, come i Parioli e la via Appia Antica ai loro bei tempi, la solennità dell'Acropoli ateniese, ricordata anche nel nome, e l'importanza economica della City di Londra. Sullo sfondo immutato della cerchia alpina, Torino è cambiata al punto da non essere riconosciuta da chi dopo una quarantina d'anni tornasse ad affacciarsi sul piazzale dell'antico Monte dei Cappuccini. Può dirsi infatti sparita la bassa scacchiera sulla quale sin verso gli anni Sessanta si notavano in ordine sparso le strutture più alte della Mole, della guariniana cupola della Santa Sindone, i campanili e i primi grattacieli sorti in piazza Castello e in piazza Solferino, in via Santa Teresa e in via XX Settembre. L'occhio oggi corre istintivamente al grappolo di grattacieli, nuovi di zecca, alti 120 metri; che dominano non soltanto il nucleo centrale del centro destinato alle funzioni direzionali essenzialmente private e agli esercizi pubblici e ai locali per divertimento, ma sull'intero sistema edilizio che si articola nel suoi tre nuclei a quote variabili; sino a 35 metri in quello a Nord di corso Vittorio dove si sono trasferiti gli uffici dell'Ente regione, della Provincia e del Comune, oltre agli uffici periferici dell'amministrazione centrale: tra i20 e i 25 metri nella parte più alta della zona dei grattacieli, mentre più dolcemente la collina così creata doveva venir declinando sino a perdersi nel parco, con i più larghi ripiani delle terrazze, tra ricche cascate di Mori e d'arbusti, sino al piano del grande tappeto erboso, che circonda quasi le  costruzioni di questo terzo nucleo prevalentemente destinato all'ospitalità e alla residenza.
Annosi problemi
Qualcuno ricorderà ancora ! come all'epoca in cui venne adottato il progetto «Akropolis», su queste aree esistevano l'antico mattatoio, alcune caserme e gli impianti di un gruppo di stabilimenti industriali come le Officine ferroviarie, la Westinghouse e la Nebiolo. Ancor oggi i sembra un miracolo che a Torino, dove ancor pochi lustri prima una piccola operazione di permuta col demanio militare aveva fatto ritardare di anni la ricostruzione del Regio, si fosse riusciti in poco tempo a superare ogni difficoltà del genere. Non bisogna dimenticare che, fortunatamente, s'era entrati già allora nella seconda fase del «decentramento amministrativo» quando i poteri locali, forti della conquistata autonomia, avevano pensato all'utilità di creare appunto dei loro uffici decentrati presso quelli ministeriali. L'indirizzo era venuto da Milano che istituì i propri nel 1962. Torino si decise a farlo ci volle naturalmente la risolutezza e lo spirito pratico d'un sindaco come l'ing. Anselmetti al principio del 1964: proprio in vista delle accresciute esigenze della città, che potè finalmente instaurare con Roma un più proficuo dialogo. Gli antichi «bògia nen» incominciarono così a muoversi. Per la realizzazione del centro direzionale venne creato un Ufficio permanente con l'incarico di analizzare, organizzare, programmare, coordinare, controllare; in una parola per garantire un'organica edificazione dei tre nuclei previsti fin dal progetto, favorendo la formazione di consorzi tra gli enti Interessati destinati a curare la costruzione ed oggi la gestione dei condomini d'uso privato, lasciando al Comune le parti di uso pubblico. In pochi lustri annosi problemi sono stati affrontati e risolti, dall'edilizia alla circolazione, ma l'orditura cartesiana continua ad unire tutto, la città e il suo centro « acropoli della vita, moderna».
Chi vi giunge da corso Vittorio vede le cime dei grattacieli spuntare tra le chiome degli alberi, finché affacciandosi sul corso Inghilterra coglie in tutta la sua ampiezza il profilo frastagliato della vasta collina artificiale, quasi un paesaggio nel paesaggio animato dai riflessi delle grandi superfici verticali dei grattacieli e dalle ombre loro che a seconda dell'ora e del punto in cui ci si trova sembrano venirci incontro o inseguirci. Chi non ha gustato quel senso dell'inattesa scoperta offerto da una passeggiata in questa zona? Si attraversano ampi porticati, interrotti da piccole piazze e da giardini, ci si sofferma davanti alle numerose vetrine si entra nel vari uffici destinati ai contatto col pubblico, si trovano gli accessi al numerosi ascensori uscendo sulle terrazze fiorite, si ha lo sgomentante spettacolo dei grattacieli visti dal basso, trovandosi d'altra parte in posizione dominante rispetto al parco che si stende a terrazze verso le zone più basse, interrotto dalla vegetazione e dalle vasche di acqua. Sole e luce artificiale si alternano lungo i percorsi pedonali che corrono tra zone aperte ed altre coperte, serviti a tratti da tapis roulants e scale mobili con diverse velocità, dotati alcuni anche di posti a sedersi mezzi moderni e confortevoli per spostarsi con minor fatica, da un luogo all'altro; dai negozi alla chiesa, dalle sale di riunione ai bar. Alla notte tutto è illuminato come dal di dentro. Quasi nascosti nelle membrature delle costruzioni i tubi al neon illuminano le facciate e le finestre buie dei grattacieli, altri fasci di luce escono dal locali di ritrovo teatri, cinema, ristoranti, caffè e clubs che assicurano anche di notte la vita del centro direzionale, a differenza di quel che accadeva nella «City» di Londra dove alla chiusura degli uffici è il deserto. Certo in pochi anni nel centro s'è affermata una città nuova. Quattro grandi istituti bancari hanno trasferito qui la loro sede: i due maggiori, con gli uffici centrali, si fronteggiano sul corso Vittorio, nei pressi di piazza Adriano su una superficie di oltre duemila metri quadrati ciascuno. Una nuova centrale telefonica è subito sorta. A decine si contano le grandi aziende che hanno ottenuto aree su cui costruire. Una aveva chiesto per esempio 4 mila metri quadrati: nell'edificio ha ricavato un'autorimessa pubblica nell'interrato, saloni da esposizione per l'azienda stessa e negozi per terzi al piano terreno, uffici direzionali e di rappresentanza dell'azienda e per altre ditte al primo piano, alloggi per il proprio personale e per terzi ai piani superiori. Si sono così impiantati uffici commerciali e dì rappresentanza, sedi di banca e agenzie, servizi direzionali e di gestione di istituti di assicurazione, alberghi, scuole, opere parrocchiali, sedici industrie e società elettriche, il palazzo dell'Automobile club, un grande ufficio postale e telegrafico che da solo occupa un'area di 4 mila metri quadrati e 30 mila metri cubi. Basti dire che fin dall'epoca in cui venne elaborato il progetto le richieste di enti e privati raggiungevano già 1450 mila metri cubi. Se si pensa che nelle previsioni si è calcolato la necessità d'un parcheggio di 30 mila posti-vettura, suddivisi in vari piani (25 mila nei sotterranei e 1500 al piano di campagna e 3500 nel quattro «silos», ai piani superiori) ci si spiega anche la complessità della rete stradale che è stata studiata per risolvere ardui problemi dì collegamento esterno ed interno, nella forma più razionale.
Parcheggi sotterranei
La via di attraversamento veloce Nord-Sud, già prevista dal piano regolatore (naturale complemento delle autostrade Torino-Milano e Torino-Savona o Torlno-Piacenza-Genova) discende in trincea, a livello con la ferrovia nel tratto immediatamente a nord del Centro direzionale; ma risale subito dopo per soprapassare con un viadotto la grande arteria di corso Peschiera, asse di attraversamento veloce Est-Ovest, a quindi naturale via di accesso per chi giunge dalla Valle di Susa. Il collegamento Nord-Sud con i corsi Vittorio Emanuele e Stati Uniti è formato con un anello a tre corsie, che si svolge a profondità variabile tra i 12 e i 6 metri sotto il primitivo piano stradale del 1963. Analoghi nodi hanno risolto gli incroci di corso Vittorio con i corsi Castelfidardo, Inghilterra e Bolzano e di piazza Adriano. A 18 metri sotto il piano stradale corre la metropolitana. I parcheggi sotterranei sono stati costruiti sino ad una profondità di 22 metri raggiungibile sia con apposite rampe di accesso sia a mezzo di elevatori meccanici. Tutto questo è stato naturalmente realizzato per gradi, e non senza modifiche rispetto all'idea primitiva; talora non senza aver dovuto superare delle incertezze come per la posizione e l'attrezzatura della stazione di Porta Susa quando già in un secondo tempo s'è vista la necessità di trasformare superiormente in stazione per aerorazzi a decollo verticale, destinata ad alleggerire il traffico dell'antico campo dell'Aeronautica dove — come potranno leggere i torinesi del 1998, secondo il progetto contrassegnato dal motto «Interplan 1» vincitore del concorso di recente bandito dal Comune, di cui è risultato autore l'arch. Renacco jr., verrà quanto prima costruita la base Interplanetaria subalpina n. 1 destinata ad entrare in esercizio subito dopo l'istituzione di regolari collegamenti transiderali con i vicini pianeti abitati ».



lunedì 6 febbraio 2012

I giovani e il lavoro


"L’anomalia dell’Italia non è che i suoi giovani non trovano lavoro, ma il fatto che non lo cercano. Fortunatamente non sono presidente del Consiglio, e quindi non sarò costretto a smentire quella che - detta da un politico - suonerebbe come una tremenda gaffe, ma che invece è la pura verità: nel confronto internazionale i nostri giovani si distaccano da quelli della maggior parte dei Paesi avanzati non certo perché più colpiti dalla tragedia della disoccupazione, ma precisamente per la ragione opposta: perché ritardano enormemente il loro ingresso nel mercato del lavoro.

Nei Paesi normali ci si laurea intorno ai 22-23 anni, e si comincia a lavorare relativamente presto, spesso contribuendo al bilancio familiare e alle spese dell'istruzione, che non sono basse come da noi. In Italia ci si laurea tardi, spesso in prossimità dei 30 anni, e si comincia la ricerca di un lavoro a un’età in cui negli altri Paesi si è accumulata una cospicua esperienza professionale. E quel che è ancora più drammatico è che, nonostante la loro relativa assenza dal mercato del lavoro, i giovani italiani sono molto indietro nei livelli di apprendimento già a 15 anni (vedi i risultati dei test Pisa), e hanno maggiori difficoltà a conseguire una laurea, per quanto a lungo ci provino. E infatti la gioventù italiana un primato ce l’ha: è quello del numero di giovani perfettamente inattivi, in quanto non lavorano, né studiano, né stanno apprendendo un mestiere (sono i cosiddetti Neet: Not in Education, Employment or Training)."
Tratto da "Disoccupati e la strada verso il nulla" di Luca Ricolfi La Stampa 5.2.2012

sabato 4 febbraio 2012

Le Olimpiadi attraverso i Bollettini del CIO (Comitato Olimpico Internazionale)

I bollettini Ufficiali del CIO sono una fonte interessante di notizie e testimonianze che, al di là del semplice avvenimento sportivo, danno l’idea di un modo di concepire la realtà molto particolare. Per molto tempo, da fine ‘800 all’immediato periodo che precede la seconda guerra mondiale, abbiamo la sensazione di un mondo chiuso che si nutre dei sacri e immutabili principi dell’Olimpismo (l’intangibilità della Carta Olimpica di De Coubertin è di fatto, all’interno del Movimento Olimpico, un vanto e una certezza non negoziabile). L'Olimpismo è «una filosofia di vita, che esalta e combina in un insieme armonico le qualità del corpo, della volontà e dello spirito. Nell'associare lo sport alla cultura e all'educazione, l'Olimpismo si propone di creare uno stile di vita basato sulla gioia dell’impegno, sul valore educativo del buon esempio e sul rispetto dei fondamentali principi etici universali». Così recita il primo dei suoi principi fondamentali. Le prime edizioni dei giochi in età moderna, non dettero prova di commistioni tra politica e sport. Si trattava di un fenomeno ancora poco istituzionalizzato, con esigua partecipazione di atleti e mancanza di un concetto di rappresentativa nazionale. Con l'edizione londinese del 1908 cominciano a delinearsi degli aspetti di evidente natura politica quali la liceità di far partecipare distintamente gli atleti boemi e ungheresi, ambedue compresi sotto il dominio austriaco o in modo analogo la rappresentativa finlandese, dato che la Finlandia era compresa nell'impero russo. Nella stessa edizione dei Giochi si verificò un incidente formale che fu variamente commentato dalla stampa americana ossia la mancata esposizione nello stadio della bandiera americana. Il tardivo rimedio non valse ad evitare la pronta segnalazione del New York Times mentre il londinese Times tacque la notizia. Nei Bollettini del CIO di quegli anni non viene data menzione di questi primi problemi. Nella lungo capitolo introduttivo del bollettino dedicato ai Giochi londinesi molto viene riportato sulle origini storiche dei Giochi e sul suo fondatore, poco nulla su quanto accaduto in realtà. Lo stesso si può dire dei vari discorsi tenutisi alla cerimonia di chiusura. La consultazione dei Bollettini Ufficiali del CIO relativamente agli anni che vanno dal 1932 al 1984 mette in luce un graduale, lento adeguamento del Comitato stesso al mutare dei tempi. Se agli inizi la questione maggiormente trattata all'interno dei Giochi Olimpici è quella relativa al concetto di dilettantismo e professionismo, con pochi riferimenti alle influenze della politica e degli interessi commerciali, dopo i fatti di Città del Messico, si assiste ad un maggiore considerazione di quanto succede nel mondo esterno e nei rapporti che questo ha con il movimento olimpico. Nel 1972 Avery Brundage lascia il suo incarico di Presidente del CIO. Brundage è l’uomo che ha governato il mondo olimpico con piglio autoritario e metodi non sempre condivisi. Nelle sue interviste con la stampa traspare spesso il fastidio più che l'imbarazzo a discutere di quanto c’è di politico in alcuni episodi dei Giochi. La sua negazione dell’interferenza della politica sul movimento olimpico è sempre netta e non lascia spazio ad un contraddittorio. Con l’arrivo di Killanin cambia il clima, i fatti di Città del Messico e quelli drammatici di Monaco hanno reso evidente che non è più possibile ignorare il mondo esterno in quanto questo, attraverso azioni dimostrative o vere e proprie ingerenze violente, si manifesta, sconvolgendo e influenzando i Giochi stessi. Le vicende dimostrano quanto l'aspetto politico influenzi e contraddistingua i Giochi Olimpici, rendendoli un canale di trasmissione ottimo per rivendicazioni di diverso genere. Gli esempi che sono stati scelti in questa tesi per documentare l’intreccio tra politica e relazioni internazionali sono, nella loro diversità, molto chiari. Nella Berlino degli anni 30 fu un’intera nazione permeata dal nazionalismo nazista a plagiare e piegare l’evento olimpico in modo da farne la vetrina mondiale delle proprie aspirazioni di potenza. L’edizione di Messico 1968 fu caratterizzata dal guanto nero dei due atleti di colore che con il loro gesto rivendicarono le ragioni della lotta contro il razzismo da parte delle Black Panthers americane. Il simbolo contenuto nel semplice e silenzioso gesto degli atleti fu amplificato dal mezzo televisivo e diede alla protesta un valore ben al di là di quanto si poteva immaginare sul momento. Mai una protesta fu politicamente più efficace nella sua esecuzione e lo fu anche per il contesto in cui avveniva, quello della sempre proclamata indipendenza e purezza dell’ideale olimpico. Quattro anni dopo a Monaco è la violenza del terrorismo usato come arma politica di pressione ad irrompere nei Giochi. Il quadro in cui si inseriscono i due boicottaggi reciproci a Mosca e a Los Angeles è quello dello scontro tra grandi potenze. La scelta di portare nello sport puro per definizione le rispettive rivendicazioni, quindi, è un ottimo strumento in grado di amplificare il messaggio dinnanzi ad un pubblico sempre più numeroso. Questo fatto ha avuto come conseguenza che la politica si intrecciasse con le Olimpiadi in un modo sempre più violento e rivendicativo. In quasi tutti i casi Olimpiade e Politica hanno prodotto una contrapposizione di interessi o scopi eticamente discutibili e inconciliabili, con poca possibilità di dialogo e poche analisi critiche volte a risolvere la questione. La ragione ultima di questo intreccio improduttivo è probabilmente da ricercarsi nell'uso strumentale che è stato fatto dell'ideale olimpico, ideale che sempre meno si concilia a quello di un mondo lacerato da troppe contraddizioni. I grandi eventi sportivi sono sempre più segnati da una commistione stretta tra sport e politica. Grandi interessi nazionalistici sono proiettati nell'evento, tanto da far pensare che lo sport più che un equivalente morale della guerra, come pensava nobilmente lo psicologo William James, sia diventato un sostituto integrale della guerra stessa.

LE OLIMPIADI del 1932, 1968, 1972, 1980 e 1984
BERLINO (1936)
I Giochi Olimpici di Berlino furono assegnati alla città ancor prima che Hitler si insediasse al potere. L'assegnazione fu essenzialmente opera di Carl Diem, Direttore dell'Accademia sportiva di Colonia e Theodore Lewall. L'obbiettivo era quello di riabilitare l'immagine della Germania, uscita sconfitta dalla Grande Guerra. Infatti, in qualità di potenza sconfitta, severamente punita dalle potenze vincitrici (diktat punitivo), la Germania era stata esclusa dalla partecipazione alle Olimpiadi del 1920 e 1924. L'occasione di ospitare i Giochi del 1936 costituiva per i tedeschi un'opportunità enorme di reinserirsi nelle relazioni internazionali, attraverso il canale dello sport. Da parte della Comunità internazionale si pensava invece che i Giochi avrebbero aiutato la nazione a superare il periodo di crisi economica e istituzionale che stava attraversando. Tuttavia, con l'ascesa al potere di Hitler e con la nascita dello stato nazista, le Olimpiadi vennero ad assumere un'altra connotazione: esse diventarono un efficace mezzo di propaganda nazista, con il quale Hitler, sostenuto da Goebbels, lanciava messaggi. Il Führer non tardò a comprendere il significato politico dei Giochi, convogliando grandi energie nell'organizzazione di un evento che doveva mostrare al mondo una Germania pacificata e efficiente, che offuscasse inoltre la perfezione raggiunta in occasione dei Giochi Olimpici del 1932, a Los Angeles. Il resto del mondo non accettò senza riserve che il nazionalsocialismo potesse contare su tale vetrina: si formarono tutta una serie di movimenti volti a boicottare i Giochi (soprattutto determinati ambienti statunitensi, ma si unirono anche proteste canadesi, britanniche, olandesi, cecoslovacche) e numerose altre proteste furono rese al CIO affinché fosse cambiata la sede. L'aspetto più ricordato dei Giochi Olimpici di Berlino 1936 fu quello delle discriminazioni razziali vigenti in Germania, che escludevano gli ebrei dalle competizioni sportive. Secondo la logica nazista, nella pratica sportiva i tedeschi dovevano distinguersi dai popoli ritenuti inferiori, ossia ebrei e neri. Dall'aprile del 1933 gli ebrei furono esclusi da tutte le organizzazioni sportive statali, fino ad arrivare nel 1935 al divieto di accedere a strutture sportive statali e private. Alle Olimpiadi, la Germania risultò prima nel medagliere per nazioni, scalzando per la prima volta gli Stati Uniti, mentre l'Italia fascista si classificò terza davanti ai francesi, quarti i giapponesi davanti agli inglesi: i regimi dittatoriali sconfissero i paesi democratici. Ma, ironia della sorte, il vero campione dei Giochi di Berlino fu un atleta americano, di colore, Jesse Owens, il quale vinse quattro medaglie d'oro davanti agli occhi di tutto lo Stato maggiore tedesco. Si dice che Hitler abbia abbandonato lo stadio in occasione della premiazione, poiché non poteva assistere alla celebrazione di un atleta nero. Ad accrescere la delusione di Hitler fu anche l'insuccesso della squadra di calcio tedesca, su cui il Führer aveva riposto grande fiducia e fatto di essa un ottimo fattore propagandistico. Ma la nazionale tedesca perse per 2-0 contro quella norvegese. Entrambe le reti furono segnate da un atleta dal nome ebraico: Isaaksen.
In preparazione dei giochi
Nei tre anni che precedettero le Olimpiadi di Berlino ci furono molte discussioni negli Stati Uniti riguardo l'astensione dai Giochi come forma di protesta. Molti gruppi di interesse pubblico cercarono di influenzare il Comitato Olimpico Americano e il suo Presidente Brundage al fine di boicottare l'edizione berlinese. Avery Brundage, leader del Comitato Olimpico Americano e delle forze anti-boicottaggio nel 1933 dichiara: «La partecipazione a questi giochi non deve essere interpretato come un appoggio alle politiche e alle pratiche del governo nazista e delle forze anti-boicottaggio. Sono state adottate misure per assicurare che non ci saranno violazioni dei principi fondamentali del fair play e della sportività o degli standard di libertà ed eguaglianza». Nel giugno del 1933 il Presidente del CIO Conte de Baillet-Latour affrontò la questione relativa ai Giochi della XIX Olimpiade a Berlino e informò i convenuti che dopo il cambiamento di governo avvenuto in Germania, aveva avuto le stesse garanzie di quelle ottenute nel 1931 dal precedente governo. Nella risposta di Lewald Presidente del Comitato Olimpico tedesco, si legge al punto 3. che «in linea di principio gli ebrei tedeschi non saranno esclusi dalle squadre tedesche partecipanti ai Giochi». In una intervista al New York Times del 9 maggio 1934 Lewald osservò che «nell'anno passato ci sono state molte discussioni riguardo alla frase 'in linea di principio' Alcuni critici accusano la Germania di cercare di eludere la sua promessa distorcendo il senso di questa frase. Voglio dire che la Germania continuerà a mantenere questa promessa In secondo luogo che non ci sono e non ci saranno qualificazioni di atleti ebrei alla squadra tedesca». Come per tutte le promesse tedesche al riguardo le parole di Lewald rappresentano una mera bugia. Gli ebrei furono esclusi da tutte le squadre di campionati nazionali e alcuni furono costretti ad allenarsi in campi da pascolo per via delle limitazioni all'utilizzo delle piste atletiche. Il 6 novembre 1935 il Presidente del CIO Conte de Baillet-Latour dichiarò di essersi incontrato con il Cancelliere tedesco (Hitler) e di essere arrivato alla conclusione che nulla si opponeva al mantenimento dei Giochi a Berlino. Dichiarò poi che la «la campagna di boicottaggio non deriva dai Comitati Olimpici Nazionali e non è appoggiata da nessuno dei loro membri. Essa è politica, basata su affermazioni gratuite, di cui mi è stato facile smascherare la falsità». Il 25 novembre del 1935 Lee Jahncke, membro del CIO, scrisse una lettera al Presidente Baillet-Latour in cui si diceva «Nessun americano o rappresentante di altro paese può prendere parte ai Giochi della Germania Nazista senza in tal modo rendersi acquiescente di fronte ai Nazisti e al loro sordido utilizzo dei Giochi». Nel febbraio del 1936 sempre Baillet-Latour nel Municipio di Garmisch-Partenkirchen presiedette una seduta in cui venne fatto il punto sulla campagna condotta dagli Stati Uniti contro la partecipazione americana ai Giochi di Berlino nella persona di Lee Jahncke. I membri del comitato olimpico si mostrarono indignati per il fatto che Lee aveva contravvenuto allo Statuto del CIO tradendo gli interessi del Comitato. Nella XXXIIIª Sessione del Comitato Internazionale Olimpico che si aprì il 29 luglio1936 a Berlino presero la parola il Ministro R. Hess, il commissario di Stato Lippert, il Presidente del Comitato organizzatore Dr. Lewald. Tutti nelle loro relazioni citarono il Cancelliere del Reich Adolf Hitler in varia misura, Hess dicendosi suo rappresentante, Lippert e Lewald attribuendo al Fureria il merito di aver sostenuto la festa olimpica con “forte volontà”. Questa immagine di Hitler protagonista è una costante che precede ed accompagna tutto lo svolgimento di questi giochi di Berlino pervasi da una martellante propaganda nazionalistica del regime nazista. La relazione finale del Presidente del CIO, Conte de Baillet-Latour, fa oggi sorridere nel passo in cui afferma che «E' l'invariabilità della dottrina che ha dato al Comitato Internazionale forza, autorità e prestigio senza i quali non avrebbe potuto far rispettare la sua Carta, né riportare una vittoria contro quelli che han tentato di boicottare gli XI Giochi, né infine, nei giorni agitati che attraversiamo, la possibilità di mantenersi fuori di ogni contingenza politica o religiosa».
I giochi
Quanto a comunicazione questa olimpiade si distinse per un numero elevato di dichiarazioni delle autorità, quasi tutte uniformemente improntate ai valori più nobili dell'essere umano: cavalleria, sacri desideri, rispetto reciproco, fratellanza. Ogni concetto fu utilizzato in realtà per dare importanza e lustro alla perfetta organizzazione dei giochi e al Reich in ultima analisi. E' interessante notare come nella lunghissima relazione sulla storia dell'Organizzazione dei Giochi i titoli di alcuni paragrafi recitino Adolf Hitler visits the scene of construction”, “The German Chancellor decides. Non era mai successo che a dirigere l'organizzazione olimpica fosse, in prima persona, una così alta carica dello stato. Il giornalista canadese Doug Gilbert, che ha ricavato le sue informazioni da numerose interviste ad atleti e funzionari della Repubblica Democratica tedesca, nel 1980 scrive che l'uso fatto da Hitler del Villaggio Olimpico è quanto di più contrario ci sia mai stato all'ideale olimpico. Nella Berlino olimpica del 1936 dunque l'efficienza tedesca e l'ideologia nazista si unirono per produrre un evento di sfarzo stravagante e di eccitante agonismo.
Dopo i giochi
Alla sessione del 1937 del Comitato Internazionale Olimpico tenutosi a Varsavia il Presidente Baillet-Latour fece un bilancio del passato e parlando dell'Olimpismo sostenne che «non oltrepassando la linea tracciata, non cedendo a nessuna pressione, non lasciandosi andare a nessun compromesso, per gravi che possano essere le conseguenze conserveremo [all'Olimpismo] il suo carattere, e resteremo l'elemento moderatore in un'epoca in cui, sotto il pretesto del progresso e del miglioramento, si cerca di fare tabula rasa di tutto ciò che in passato è stato onorato e rispettato. [….] Signori, avete ancora in mente il successo dei Giochi di Berlino e le difficoltà incontrate nella loro preparazione e gli sforzi tentati per farli fallire. Perché quelle difficoltà sono svanite? Perché il Comitato Internazionale Olimpico si impegnato a difendere i principi olimpici così come le autorità tedesche li han fatti rispettare. Tutti e tre i colleghi tedeschi così come i loro collaboratori non hanno riconosciuto che una legge, la Carta Olimpica. I Giochi del 1936 che si sono svolti nella stessa atmosfera di quelli precedenti han fatto giustizia di questo errore così spesso ripetuto di credere che solo i grandi paesi le cui Federazioni dispongono di mezzi finanziari illimitati possano aspirare agli onori olimpici». Il discorso di Baillet-Latour è improntato ad un enfasi retorica che oscura ogni tentativo di analisi seria di quanto è successo a Berlino. Vengono invocate le virtù del passato come uniche in grado di difendere l'ideale olimpico dalle sirene del falso progresso e si vede nell'immobilismo la sola sicurezza per il futuro.
CITTA' DEL MESSICO (1968)
Trentadue anni dopo, ad un periodo piuttosto tranquillo per quanto riguarda le tensioni internazionali nello svolgimento dei Giochi Olimpici (specialmente le due ultime edizioni, quelle di Roma e di Tokyo), fecero seguito due delle edizioni più concitate della storia dei giochi, in cui la tensione si fece sentire e in cui, soprattutto nel 1972, si testò la vera e propria tragedia. Il Messico fu il primo paese non industrializzato ad ospitare i giochi olimpici, ma non per questo fu da meno in quanto organizzazione ed efficienza. Tuttavia, gli ingenti sforzi economici fatti dal governo nell'allestire le infrastrutture necessarie allo svolgimento dei giochi suscitarono una serie di malumori nella popolazione, che si chiedeva se non fosse più opportuno destinare quei fondi alle numerose riforme sociali ritenute maggiormente necessarie. Questo malcontento fu espresso soprattutto dagli studenti, contro l'atteggiamento illiberale del Presidente della Repubblica Diaz Ordaz. A partire da fine luglio 1968 iniziarono manifestazioni di massa, drammaticamente sedate dalla polizia messicana. Il 3 ottobre delle stesso anno, in occasione dell'ennesimo corteo, i corpi speciali della polizia spararono sulla folla, provocando circa 250 morti e un migliaio di feriti. Due celebri intellettuali di sinistra, Bertrand Russell e Jean-Paul Sartre si espressero pubblicamente invocando il boicottaggio dei giochi di Città del Messico come risposta alle violente repressioni poste in atto dal governo messicano contro le masse. Malgrado questo evento, i Giochi Olimpici presero ugualmente inizio, in un clima decisamente turbato. Tuttavia, i Giochi Olimpici di Città del Messico non restarono famosi solo per questo evento: in ambito sportivo lo sarebbero diventate per le note manifestazioni antirazziste messe in atto da alcuni atleti statunitensi. Giova ricordare che, proprio nel 1968, aveva avuto luogo l'assassinio di Martin Luther King, in conseguenza del quale si erano avuti disordini soprattutto negli Stati Uniti, con decine di morti. Il movimento statunitense “black power” aveva richiesto, senza riuscirvi, il boicottaggio dei Giochi da parte di tutti gli atleti neri. Alle Olimpiadi gli atleti nordamericani neri esposero sulla giacca uno stemma che riportava la scritta Olympic project for human rights, per testimoniare il loro impegno antirazzista. Ma l'evento più evidente della protesta fu rappresentato dai due atleti di colore, Tommie Smith e John Carlos, (rispettivamente medaglia d'oro e di bronzo nei 200 metri) i quali salirono sul podio senza scarpe, con calze nere e con il pugno alzato, indossando entrambi un guanto nero. L'episodio, di grande impatto mediatico, valse ai due atleti l'allontanamento dal villaggio olimpico e l'espulsione ad opera del CIO (Comitato Olimpico Internazionale) e del Comitato Olimpico Statunitense dalle competizioni internazionali. Questo atto tuttavia fu fondamentale nel testimoniare a livello mondiale il problema del razzismo statunitense.
In preparazione dei giochi
Nelle sessioni del CIO tenutesi nel 1968, anno dei Giochi a Città del Messico, la questione politicamente più importante riguardò la riammissione nel Movimento Olimpico del Sud Africa in relazione alle discriminazioni razziali in atto nel paese. La scelta nel febbraio del '68 di riammettere il Sud Africa nel Comitato Olimpico ebbe ripercussioni immediate sul piano internazionale perché molte nazioni minacciarono il ritiro dai Giochi. Questa presa di posizione fece si che a Losanna, in aprile, il CIO decidesse di escludere nuovamente il Sud Africa dalle competizioni della XIX Olimpiade, riaffermando il concetto che il movimento olimpico non può ammettere nessuna discriminazione di razza, di credo e di nazionalità. Desideroso di mettere l'accento su questa presa di posizione ideologica, il Comitato Organizzatore diede vita ad un Congresso mondiale sulle leggi sportive sotto gli auspici dell'Università Nazionale del Messico tenutosi nel giugno del '68 con la partecipazione di 430 giuristi di 30 paesi, primo congresso del genere nella storia del movimento olimpico. Il congresso era presieduto da Gustavo Diaz Ordaz Presidente della Repubblica Messicana. Dopo aver studiato nel dettaglio 85 proposizioni il Congresso adottò un certo numero di risoluzioni e deplorò che la politica potesse interferire con i movimenti sportivi, sia sul piano nazionale che su quello internazionale. Chiese inoltre che fossero messi a punto un certo numero di riforme e aggiunte ai regolamenti sportivi internazionali. Suggerì che le sanzioni riguardanti le attività sportive fossero internazionalizzate. Infine propose di dare più spazio ai programmi sportivi dei paesi in via di sviluppo. In precedenza Avery Brundage in una intervista del 22 aprile 1968 alla televisione inglese era riuscito a aggirare abilmente tutte le precise domande del giornalista sui rapporti tra sport e politica.
I giochi
Il 12 ottobre 1968 Gustavo Diaz Ordaz Presidente del Messico indirizzò un breve messaggio ai 100mila spettatori presenti e, via satellite, ai centinaia di migliaia di telespettatori sparsi in tutto il mondo. La frase era quella di rito: «Proclamo l'apertura dei Giochi Olimpici di Città del Messico che celebrano la XIX olimpiade dell'era moderna». Tutto sembrava svolgersi nel migliore dei modi ogni polemica sembrava risolta.
Dopo i giochi
Conferenza di Avery Brundage alla stampa internazionale (22 Aprile 1968)
D: «Come si spiega il dominio su pista degli atleti di colore e che effetto pensa che abbiamo sulle Olimpiadi future
R: «Questo non è nulla di nuovo. Fin dal lontano '36 si può vedere in particolare con Jesse Owens, come i neri eccellano nell'atletica. La loro struttura muscolare si presta da sé a questo tipo di competizioni. Tuttavia ci sono ancora degli sport in cui il nero non eccelle e in cui deve compiere molti progressi. Vorrei inoltre aggiungere che sono convinto che il loro comportamento abbia scandalizzato grandemente la gente. Non è stato un atteggiamento sportivo. I Giochi Olimpici non sono un forum politico. Da ultimo vi faccio una domanda: perché c'è un così grande interesse riguardo chi infrange le regole e nulla riguardo chi le rispetta?»
D: Dato che la politica entra sempre più spesso nelle Olimpiadi, pensa che nel giro di pochi anni esista la possibilità che i Giochi Olimpici quali li conosciamo possano cambiare drasticamente? R: «Vorrei rispondere ponendo una domanda. Chi dice che la politica entra sempre più nelle Olimpiadi? Secondo me ciò non è vero. E' innegabile che dobbiamo fare i conti con molti problemi come le bandiere, gli inni e anche l'enormità dei Giochi. Tuttavia voi sapete molto bene che la politica non è permessa all'interno dei Giochi. Noi accogliamo atleti per misurare la loro forza nel campo dello sport ma se essi hanno qualche protesta da portare avanti, lo stadio olimpico non è il luogo adatto per farlo». Due anni dopo, intervistato nel febbraio 1970 dalla Stampa inglese, Brundage alla domanda: «Quale pensa che sia il pericolo maggiore per le Olimpiadi, l'interferenza della politica o gli interessi commerciali?» risponde: «L'interesse commerciale è il maggior pericolo. Viviamo in tempi materialistici e per la sopravvivenza del Movimento Olimpico dobbiamo combattere per esso, è tutto» (16). Il Presidente del CIO evidentemente non aveva l'intenzione di riconoscere pubblicamente alla politica un ruolo così importante nel determinare i destini dello spirito olimpico. Il gesto degli atleti neri all'atto della premiazione venne considerato più che una motivata protesta un atto di maleducazione isolato. Sicuramente Brundage non aveva nessuna simpatia per le lotte delle pantere nere e dichiarò «Menti distorte e personalità disturbate sembrano essere ovunque e difficili da estirpare». In realtà non si può definire Brundage un razzista in quanto in centinaia di interviste ebbe a ripetere che lo sport è il regno in cui ogni discriminazione razziale non può trovar posto. Pochi giorni dopo, il 23 febbraio 1970, in una conferenza stampa, alla domanda su cosa si fosse deciso su Rodesia e Sud Africa sempre Avery Brundage risponde evasivamente che la questione Rodesia è un fatto recente e che nulla è cambiato rispetto al Sud Africa. Che in Rodesia esista l' apartheid è un fatto politico e lui ha piacere di rispondere a domande su questioni sportive. Brundage è stato da più parti considerato un uomo fuori posto nel movimento olimpico del 20° secolo per via di convinzioni non in linea col mutare dei tempi: I suoi modi spesso autocratici e la sua ostinata negazione della politicizzazione dello sport amatoriale sembrano dimostrarlo.

MONACO 1972


Dopo l'esperienza messicana i giochi olimpici sbarcarono nuovamente in Europa nel 1972 con i giochi di Monaco. Questi giochi ebbero come evento principale l'attacco da parte di terroristi palestinesi alla delegazione olimpica israeliana. Gli ideatori dell'azione furono due alti esponenti dell' organizzazione al-Fath: Muhammad Dawud Awda e Salah Khalaf, i quali, il 15 luglio 1972, si incontrarono in un bar di Roma con Abu Muhammad, dirigente dell'organizzazione conosciuta come "Settembre Nero". Si discusse della recente azione terroristica compiuta dalla stessa organizzazione, conclusasi con la cattura dei dirottatori e la liberazione degli ostaggi. Il pretesto per un'altra azione terroristica fu fornito dalla notizia secondo cui il CIO aveva respinto la richiesta della Federazione Giovanile della Palestina di partecipare ai Giochi olimpici estivi di Monaco. Il commento di Abu Mohammed fu: "Se non ci permettono di partecipare ai Giochi olimpici, perché non proviamo a prendervi parte a modo nostro?". L'idea si trasformo' benn presto in un'operazione a cui fu dato il nome di "Biraam" e "Ikrit", due villaggi palestinesi evacuati dagli israeliani nel 1948.
In preparazione dei giochi
Il 28 gennaio 1969 Avery Brundage, ospite della municipalità di Monaco e del Comitato Organizzatore locale dei Giochi ripeté più volte durante una conferenza stampa il leitmotiv «Vogliamo Giochi che siano puliti, puri ed onesti, liberi da politica e commercializzazione». La preparazione dei Giochi di Monaco da parte degli organizzatori fu meticolosa e attenta, tesa a cancellare l'immagine negativa di quanto avvenuto oltre 30 anni prima a Berlino. Nel giugno 1970 Hans-Jochen VOGEL, sindaco di Monaco durante una cerimonia che celebrava la conclusione di diverse grandi opere dichiarò con soddisfazione che i Giochi di Monaco sarebbero stati anche i Giochi della televisione e della radio poiché circa 800 milioni di persone avrebbero potuto seguire nel mondo intero i programmi di 60 catene televisive e 110 radiofoniche, attraverso 2 satelliti. Willi Daume membro del CIO per la Germania nella 69° seduta del 7 maggio 1970 ad Amsterdam affermava “«...è la ragione per la quale mi auguro che il mondo parli da noi degli allegri giochi di Monaco così come si è parlato di quelli cordiali di Helsinki, concreti di Melbourne e splendidi di Roma». Queste affermazioni di orgogliosa consapevolezza gettano una tragica luce sugli sviluppi che ebbero gli eventi di Monaco 1972. Nel volume dedicato all'organizzazione dei giochi di Monaco venne tracciata una analisi della decadenza progressiva dagli anni '60 in poi dei principi etici delle competizioni sportive internazionali. La minaccia maggiore veniva imputata alle accese dispute per la conquista delle medaglie e al problema del dilettantismo nei Giochi sempre più ipocritamente considerato. A fronte di queste considerazioni, era comprensibile che il Comitato Organizzatore tedesco si sentisse in obbligo di contribuire ad una sorta di rigenerazione morale dei Giochi Olimpici non solo con semplici parole ma con fatti e sacrifici necessari all'organizzazione dell'edizione in tera tedesca. Per ottenere questo risultato era necessario che la Germania riconquistasse una piena fiducia da parte del resto del mondo e che non ci fosse alcuna opposizione da parte dell'opinione pubblica internazionale. Nel medesimo documento un ampio capitolo è dedicato alla questione sicurezza. Le misure di sicurezza furono prese su informazioni derivanti da precedenti eventi sportivi di grandi dimensioni (Roma, Tokyo e Messico City) anche se esisteva la consapevolezza che il contesto era differente e non confrontabile. Molti comunque furono i viaggi del membri del comitato organizzatore dedicati all'acquisizione di dati sulla sicurezza negli stadi e su possibili attacchi terroristici (Rio de Janeiro, San Paolo, Lima, Buenos Aires). Era anche chiaro che un villaggio olimpico non poteva trasformarsi in una fortezza armata: “l'immagine di filo spinato e torrette di guardia non si adatta ad una visione abituale di una struttura olimpica”, notava ironicamente l'estensore del rapporto. Prima e durante i Giochi molte autorità ricevettero rapporti su possibili azioni di disordine, a fine politico, dirette verso atleti e pubblico degli eventi sportivi. Questi rapporti erano poco precisi riguardo i posti e i tempi in cui queste minacce si sarebbero circostanziate. Indagini più accurate dei servizi segreti non svelarono una particolare pericolosità di queste minacce verso gli atleti israeliani. Nonostante ciò, molti furono gli incontri tra forze di sicurezza e il team olimpico israeliano già da molti mesi prima dell'inizio delle gare. Il 9 agosto 1972 un membro dei servizi israeliani fu informato di quanto le autorità della città avevano predisposto per la sicurezza. Venne ribadito che nessun complotto omicida né azione di disturbo si era rivelata attendibile nei confronti degli atleti israeliani. Nonostante queste notizie rassicuranti un'altra riunione dei servizi di sicurezza congiunti si tenne il 24 agosto: fu in tale sede ribadita la completa sicurezza delle sistemazioni nel villaggio olimpico e di ogni altro aspetto considerato.
I giochi
Molte pagine furono dedicate al resoconto minuzioso dei fatti che iniziano nella notte fra il 4 e il 5 settembre in cui si udirono vari colpi di arma da fuoco provenire dal luogo in cui era alloggiata la rappresentativa israeliana. Il servizio di sicurezza e la polizia immediatamente accorsi, furono fermati all'entrata della casa olimpica da uomini muniti di armi automatiche. Un uomo incappucciato di nero apparve poi da un balcone del secondo piano e disse in tedesco che gli atleti israeliani erano stati presi in ostaggio e che sarebbero stati rilasciati solo a certe condizioni contenute in uno scritto gettato poco dopo da una finestra del secondo piano. Il documento iniziava con ”L'arrogante atteggiamento dell'apparato militare israeliano e la sua obiezione a soddisfare le nostre richieste, non ci fanno desistere dal cercare di salvare i prigionieri israeliani” Seguivano varie richieste tra cui la liberazione di 234 arabi dalle carceri israeliane e dei terroristi tedeschi Andreas Baader e Ulrike Meinhof, detenuti in Germania. In caso contrario, sarebbe stato ucciso un ostaggio per ogni ora di ritardo e i cadaveri gettati per strada. Il gruppo era composto da membri di Settembre Nero un commando di terroristi palestinesi. Si svolsero nel frattempo vari incontri cui presero parte le maggiori autorità politiche e sportive che dei servizi di sicurezza. Si iniziò a ragionare in base alla stima della situazione in corso e dei rischi connessi Le negoziazioni furono aperte dal capo della polizia di Monaco e dal Capo del Villaggio Olimpico assieme all'Ambasciatore di Tunisia e al Capo della Lega Araba di Bonn. Tra le richieste avanzate dai palestinesi c'erano anche le modalità con cui avrebbe dovuto svolgersi la loro fuga in compagnia degli ostaggi liberati in un secondo tempo. Apparve subito chiaro che gli israeliani non avrebbero mai concesso la liberazione di detenuti arabi. A metà pomeriggio i terroristi avanzarono una nuova richiesta: volevano essere trasferiti assieme agli ostaggi al Cairo e da lì proseguire le trattative. Mentre le Autorità tedesche chiedevano di potersi sincerare delle condizioni degli ostaggi, il Cancelliere federale Willy Brandt provò a contattare il presidente egiziano Sadat per ottenere il permesso di trasferire al Cairo il gruppo. I tentativi si rivelarono inutili, il Primo Ministro egiziano Aziz Sidky che negò l'assenso del suo Governo all'operazione. I terroristi posero un estremo ultimatum per le ore 21:00, rinnovando la minaccia dell'uccisione di un ostaggio per ciascuna ora di ritardo. Si decise allora di mettere in opera gli ultimi tentativi per salvare gli ostaggi: i terroristi e gli ostaggi avrebbero raggiunto un piazzale del villaggio olimpico e da lì sarebbero saliti su due elicotteri per dirigersi all'aeroporto. Lì avrebbero trovato un Boeing 727 della Lufthansa che li avrebbe portati al Cairo. Le intenzioni dell'unità di crisi consistevano nel tentare di uccidere i terroristi mentre percorrevano a piedi il tragitto verso gli elicotteri piano che fallì perché il trasferimento avvenne in minibus. Alle 22:10 il gruppo lasciò l'edificio e subito dopo salì su due elicotteri. Il piano prevedeva che gli elicotteri atterrassero a breve distanza dal Boeing 727. All'interno dell'aereo era stata posizionata una squadra della Polizia tedesca travestita con uniformi di volo della Lufthansa. All'esterno, intorno alla pista e sulla torre di controllo erano posizionati cinque agenti con fucili di precisione che avrebbero dovuto uccidere i terroristi. Il volo dal villaggio olimpico sino all'aeroporto di Fũrstenfeldbruck durò all'incirca una ventina di minuti. Pochi minuti prima che gli elicotteri con gli ostaggi atterrassero, la squadra di Polizia posizionata all'interno dell'aereo decise di annullare la missione per il rischio di fare esplodere l'aereo in caso di conflitto a fuoco. Gli agenti uscirono dall'aereo mentre gli elicotteri con gli ostaggi volteggiavano attorno all'aeroporto. Verso le 22:35 gli elicotteri con gli ostaggi atterrarono all'aeroporto. Immediatamente scesero i quattro piloti e sei terroristi che insospettiti dal ritardo nel trasferimento, si recarono immediatamente a ispezionare l'aereo. Non appena si accorsero che l'aereo era vuoto, compresero che si trattava di una trappola e tornarono di corsa agli elicotteri. Fu a quel punto che fu dato l'ordine di aprire il fuoco. Erano all'incirca le 23:00. Il conflitto a fuoco durò circa un'ora. Gli ostaggi, che nel frattempo erano rimasti legati all'interno degli elicotteri, provarono a liberarsi mordendo le corde. L'elicottero che trasportava la squadra dei rinforzi atterrò, per cause ignote, sull'altro lato della pista, a più di un chilometro di distanza dal luogo della sparatoria e gli agenti non entrarono mai in azione. Nel frattempo, tutta l'area adiacente all'aeroporto e le vie d'accesso erano state occupate da giornalisti e curiosi. Questa circostanza aveva fatto sì che i veicoli corazzati che dovevano servire da rinforzo rimanessero coinvolti nel traffico. Vistisi perduti, i terroristi decisero di uccidere gli ostaggi. Uno dei terroristi svuotò un intero caricatore all'interno di un elicottero uccidendo tre israeliani Subito dopo, lo stesso terrorista lanciò una bomba a mano nel velivolo che fu avvolto dalle fiamme. Nella confusione della sparatoria un agente tedesco rimase a terra colpito dl fuoco delle forze dell'ordine che lo avevano scambiato per un terrorista. Verso mezzanotte la caccia agli ultimi terroristi fu completata, 3 furono catturati feriti gli altri uccisi. Il governo israeliano fece richiesta di interrompere i Giochi. Dopo vari incontri si decise di sospendere le gare per un giorno e di tenere una cerimonia commemorativa il 6 settembre. Nella notte dal 5 al 6 settembre il Presidente del Comitato organizzatore e il Ministro degli Interni federale informarono la stampa della fine della vicenda. Venne anche deciso di annullare ogni festeggiamento per tutta la durata dei Giochi e di rivedere la cerimonia di chiusura degli stessi decisa per l'11 settembre. Le dichiarazioni che seguirono la conclusione della vicenda furono di tutti i maggiori rappresentanti politici nazionali e non. Il Presidente della repubblica Federale Tedesca Gustav Heinemann undici giorni dopo l'attentato dice « Questo attacco ha colpito tutti noi. Siamo stupidi di fronte a questo infame crimine» Si chiedeva poi se questa azione delittuosa avrebbe potuto essere evitata e la risposta era di dubbio. «Di fronte ad una organizzazione criminale che pensa che odio e morte siano armi per una lotta politica, non bisogna dimenticare che le nazioni che non ostacolano queste attività criminali sono anch'esse complici e responsabili». La conclusione era comunque in positivo, l'ideale olimpico ne usciva rafforzato e in nome di questo si chiedeva che tutte le nazioni del mondo contribuissero a debellare l'odio e a trovare una strada di riconciliazione. Le parole del Presidente del Comitato Organizzatore tedesco Daume furono in linea con discorsi analoghi, nessuna analisi concreta oltre le rituali frasi di circostanza (sogno di pace infranto, condanna della brutalità e solidarietà alle famiglie colpite dal lutto). Il Presidente del CIO Brundage si lascia andare a commenti meno vaghi sostenendo che gli attacchi alla XX Olimpiade erano da mettere in relazione alla battaglia persa contro la repressione politica come nel caso della Rodhesia. Il CIO poteva contare solo su di una forza che deriva da un grande ideale. Non era concepibile infine che un manipolo di terroristi potessero distruggere il cuore di un progetto di cooperazione internazionale e buona volontà rappresentato dai Giochi Olimpici. La lunga serie di dichiarazioni fu conclusa da quelle dell'Ambasciatore israeliano e del Capo missione della squadra olimpica che nulla aggiunsero a quanto detto dagli altri oratori.
Dopo i giochi
In un articolo intitolato “Messaggio da Monaco” James Worrall, membro del CIO canadese, scrisse che l'organizzazione dei giochi di Monaco erano stati “un superbo esempio di immaginazione ed idealismo adattati alla realtà” L'autore procedeva affermando che uno dei compiti del Comitato tedesco, soprattutto a livello di politica internazionale, era stato «di mostrare in vetrina la nuova Germania in contrapposizione con quella del 1936». Riguardo l'attacco terroristico, secondo Worall, non si sarebbe dovuto affidare la questione sicurezza ai servizi organizzativi dei Giochi ma si sarebbe dovuto agire alla radice delle cause che avevano prodotto l'azione di violenza.. Affermazioni poco convincenti e vaghe che non spiegavano la complessità del contesto in cui si erano sviluppati questi eventi. L'autore riferiva poi sulle critiche che avevano investito le misure di sicurezza, in particolare di come una piccola banda di terroristi animati da scopi lontanissimi dall'evento olimpico, potesse avere causato un così profondo sconvolgimento della tranquilla atmosfera dei Giochi. Da Monaco in sostanza doveva venire un avvertimento chiaro riguardo le misure di sicurezza da adottare visto che non era prevedibile un declino futuro di tali attività politica nel senso del terrore.



Da molti anni i Giochi Olimpici erano entrati nella sfera di interesse delle grandi potenze in quanto l'eccellere nelle competizioni sportive trasferiva il suo valore simbolico alla forza e superiorità di tutta una nazione. Un esempio è costituito da un documento pubblicato nel luglio 1964 dall'allora Ministro della Giustizia Robert Kennedy, che costituì una sorta di vero e proprio manifesto sportivo per il popolo americano. «Buona parte del prestigio di una nazione in tempo di guerra fredda si vince ai Giochi Olimpici. In questi giorni di stallo internazionale le nazioni utilizzano i tabelloni degli sport come un segno visibile di misura per provare la loro superiorità su di un debole e decadente modello di vita democratico. I successi dei paesi del blocco comunista alle Olimpiadi ed in altre competizioni internazionali sono se confrontati a quelli degli Stati Uniti, intollerabili in quanto hanno dato a queste nazioni un apparenza di forza». «Era dunque un preciso interesse nazionale, continuava il Ministro della Giustizia, che si riguadagnasse una superiorità olimpica, in modo da dare al mondo una prova visibile della nostra profonda vitalità e forza». Concludeva Kennedy dicendo che il governo avrebbe ad ogni livello incoraggiato con parole e fatti questo obiettivo. Fino ad allora la guerra fredda non aveva, se non parzialmente, condizionato il funzionamento dei giochi, nel 1979 avvenne un episodio internazionale che ebbe ripercussioni dirette sui successivi Giochi Olimpici, tenuti a Mosca nel 1980. L'Unione Sovietica nel dicembre del 1979 decise di invadere l'Afghanistan, inviandovi in pochi giorni un contingente dell'Armata Rossa di oltre 70.000 uomini. Il leader sovietico Breznev affermò che tale intervento era in risposta ad un appello del governo filo-sovietico di Kabul finalizzato a prevenire l'aggressione di alcuni ribelli afgani che si appoggiavano al vicino Pakistan e alla Cina. Si tratta del primo intervento “fuori area” dei sovietici che, per la prima volta nella storia della divisione in due blocchi, si rivolgeva ad un paese che non era parte della propria sfera di influenza. L'ONU si schierò immediatamente in posizione di condanna dell'Unione Sovietica e, in maniera più risoluta, reagirono gli Stati Uniti, che optarono per la riduzione delle esportazioni di grano verso l'Unione Sovietica e il blocco dei materiali ad alto contenuto tecnologico. Ma la contromisura che generò più scalpore a livello internazionale fu quella di disertare le Olimpiadi di Mosca che si tennero nell'estate del 1980 nella capitale sovietica. Fu così che gli atleti di Stati Uniti, Canda, Germania Ovest, Norvegia, Kenya, Giappone, Cina ed altri paesi (per un totale di 65 nazioni) decisero il boicottaggio del Giochi Olimpici. La Gran Bretagna, guidata dal governo conservatore di Margaret Thatcher, decise di appoggiare la posizione statunitense, ma il Comitato Olimpico Britannico votò diversamente, ragion per cui la rappresentativa Britannica fu presente alle Olimpiadi di Mosca. Tuttavia sfilò esponendo la bandiera olimpica in luogo di quella nazionale e inviando un solo rappresentante. La nuova Zelanda, invece, sfilò con cinque atleti che esposero una bandiera nera raffigurante il simbolo della pace intersecato da cerchi olimpici. L'Italia adottò un boicottaggio parziale: sfilò usando la bandiera del CONI in sostituzione di quella nazionale. Diversamente il governo australiano supportò il boicottaggio promosso dagli USA, ma lasciò ai singoli atleti la decisione se partecipare o meno ai giochi. Le olimpiadi di Mosca segnarono anche la definitiva soluzione della questione cinese in seno al mondo olimpico, poiché, per la prima volta, la Repubblica Popolare Cinese poté partecipare ai giochi senza che ciò implicasse l'esclusione di Taiwan.
In preparazione dei giochi
In una lettera datata 23 maggio 1979, il Conte de Beaumont rivolse un appello ai suoi colleghi del CIO in cui ricordava i due pericoli che minacciavano il movimento olimpico gli affari e la politica «due diavoli che hanno invaso, dominato e imbastardito ogni cosa sport incluso. Nel numero 157 dell'Olympic Review del novembre 1980 venne pubblicato un articolo dal titolo The Olympic movement in danger a firma di Mr. Kéba M'Baye membro senegalese del CIO. In esso si analizzavano fra l'altro i problemi connessi alla Cina, alle 2 Germanie e all'invasione dell'Afghanistan da parte dell'Unione Sovietica. L'articolo venne pubblicato prima dell'inizio dei Giochi di Mosca. In particolare M'Baye scriveva che «La città di Mosca non può in ogni caso essere considerata responsabile dell'occupazione dell'Afghanistan. Dovrebbe essere l'Unione Sovietica come Stato a dover replicare alle accuse. Ma se ascoltiamo le spiegazioni di quelle persone che negli Stati Uniti sostengono il boicottaggio dei Giochi, essi dicono per usare le parole del loro Presidente che la loro posizione è il risultato dello shock negativo creato dall'invasione dell'Afghanistan da parte dei Sovietici E' dunque chiaro che il bersaglio è la politica dell'URSS e che lo scopo immediato del boicottaggio è colpire attraverso i Giochi la politica dell'Unione Sovietica». Nel mese di aprile 1980 a Salt Lake City la 82ª sessione del CIO decise all'unanimità di mantenere i Giochi dell'Olimpiade a Mosca come previsto, in quanto le Olimpiadi rappresentavano una serie di contesti tra individui e non tra nazioni e che la partecipazione di atleti ai Giochi in nessun modo dava supporto a ideologie politiche o avvallava atti della nazione organizzatrice. Il CIO riconobbe l'importanza di depoliticizzare i Giochi alla luce del clima politico mondiale creatosi. In queste righe sembra di cogliere un certo senso di impotenza di fronte al duro e pesante intervento della politica nell'atmosfera dei Giochi. Il 16 maggio 1980 Lord Killanin Presidente del CIO si recò a Washington per discutere col Presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter sul futuro dei Giochi Olimpici in particolare su quelli di Los Angeles 1984. Il Presidente del CIO riaffermò l'impossibilita' di posticipare o cancellare l'edizione di Mosca. Carter, pur riaffermando il suo appoggio al Comitato Organizzatore delle Olimpiadi Americane e al CIO stesso, rimase sulle sue posizioni riguardo la non partecipazione degli Stati Uniti ai Giochi di Mosca. Più' oltre propose di tenere in permanenza le Olimpiadi in territorio greco privandole così di una connotazione nazionale. Lord Killanin non poté che ricordare le Regole del Comitato Olimpico che permettono a tutti i Comitati Olimpici di usare la bandiera del paese di appartenenza e l'inno proprio. Di fronte ai condizionamenti che la politica sembrava voler imporre la risposta del CIO fu nuovamente univoca, ifacendosi allo spirito originario del movimento olimpico dei suoi fondatori. Un mese prima dell'inizio dell'edizione moscovita Lord Killanin fece un consuntivo della questione e tra l'altro affermò che «a seguito degli eventi degli ultimi mesi, credo che l'organizzazione di eventi amatoriali sportivi debba essere completamente rivista». La politica ha cambiato a fondo l'essenza intima del fatto sportivo e ne ha decretato un necessario cambiamento, pena la sua sopravvivenza.
I giochi
Nel discorso tenuto il 19 luglio 1980 allo Stadio Lenin di Mosca in occasione della cerimonia di apertura dei Giochi della XXII Olimpiade, Lord Killanin, Presidente del Comitato Olimpico Internazionale dichiarò: «Voglio dare il benvenuto a tutti gli atleti e funzionari oggi qui convenuti, specialmente a quelli che han dimostrato la loro completa indipendenza a venir qui per gareggiare, nonostante le molte pressioni esercitate su di loro. Devo ripetere che questi Giochi appartengono al Comitato Olimpico internazionale e che sono assegnati esclusivamente in base alla capacità della città ospitante di organizzarli». La dichiarazione, al di la del riconoscimento del senso sportivo degli atleti in questione, è di per se importante e contiene un messaggio chiaro: i Giochi non hanno etichette politiche per il fatto che si svolgano in determinato luogo (nel caso in questione in un paese comunista), ma appartengono esclusivamente al CIO.
Dopo i giochi
Il 19 ottobre 1980 a Monaco, poco dopo la conclusione dell'Olimpiade di Mosca, il Presidente del CIO Juan Antonio Samaranch aprì i lavori della 14ª Assemblea Generale delle Federazioni Internazionali degli Sports con un discorso prudente ma di orgogliosa rivendicazione dello spirito olimpico e del suo movimento. Il riferimento al recente boicottaggio dei Giochi da parte degli Stati Uniti era evidente anche se non veniva mai esplicitamente dichiarato. « Siamo consapevoli delle tremende pressioni di ogni tipo che sono state esercitate sul Movimento Olimpico dalla fine del 1979 al 3 agosto 1980 (data di inizio dei Giochi di Mosca).....i Giochi Olimpici si sono svolti come pianificato e con altissimo successo. Coloro i quali sono stati volontariamente lontani o forzati a farlo, non possono non riconoscerlo. Che sorpresa per tutti coloro che in ogni parte del mondo pensavano che noi, di fronte a tante forze, armati solo del nostro ideale, non saremmo sfuggiti alla disfatta». Dalle parole del Presidente appare chiaro che esiste la consapevolezza che qualcosa di importante era avvenuto a livello politico ma che il CIO è in grado di far fronte a tali mutamenti grazie alla “nobility of its ethic”. In molti discorsi ufficiali dei vari Presidenti del CIO troviamo questa contrapposizione tra forze di chiara natura politica che agiscono in senso non positivo e spirito del Movimento Olimpico che comunque e sempre riesce a perseguire il suo scopo etico di fratellanza universale al di là delle distinzioni di razza, colore, opinioni, credo ed ideologia. Nel 1981 alla 84esima sessione del CIO il Presidente del Comitato Olimpico tedesco Willi Daume prese atto alla fine del suo discorso che i Giochi Olimpici erano sostanzialmente cambiati in quanto: «E' chiaro che gli sports olimpici sono diventati un fatto politico. Spetta a noi dare il buon esempio per una politica dello sport positiva e pacifica. Credo che questo sia il solo modo di conservare l'universalità dei giochi olimpici, anche se ciò può essere non abbastanza, è comunque essenziale».


Anche i giochi svolti a Los Angeles nel 1984 non si tennero in un clima di concordia internazionale, poiché alcuni paesi del blocco comunista restituirono il boicottaggio subito quattro anni prima a Mosca: tutti i paesi comunisti, eccetto Cina popolare, Jugoslavia di Tito e la Romania di Ceaucescu disertarono i XXIII Giochi Olimpici, con il pretesto della mancata garanzia di sicurezza per i propri atleti. In realtà era un boicottaggio in piena regola per vendicare quello americano a Mosca. Purtroppo è ancora la politica a dominare la vigilia dei Giochi che per la terza volta di fila debbono subire le mutilazioni dei boicottaggi, anche se l'Unione Sovietica però non parlò mai di boicottaggio. A Mosca '80 i Giochi erano stati pesantemente condizionati dalle assenze di Stati Uniti e di quasi tutto l'Occidente e quello che sarebbe successo a Los Angeles era già preventivato da molti. Nel maggio 1984 arrivò la notizia ufficiale: l'Unione Sovietica non parteciperà ai Giochi ed invita i paesi del suo blocco a fare altrettanto. Proprio i rumeni saranno tra i più applauditi in America conquistando, oltre alle simpatie per lo sgarbo fatto ai padroni sovietici, grandi allori sportivi. Nonostante l'assenza dell'URSS si registra un nuovo record di paesi partecipanti, ben 140 (solo 19 non partecipano tra cui Cuba ed Etiopia) tra i quali spicca la Cina. Si comincia il 28 luglio al Memorial Coliseum del 1932, rinnovato per l'occasione, con una cerimonia che regala grandi emozioni, come il giuramento degli atleti letto da un emozionato Edwin Moses. Gli americani danno fin da subito l'idea dello sport-spettacolo e business che caratterizza queste Olimpiadi: si va ancora un passo più in là, con un'organizzazione che è ormai in mano a privati sostenuti da grandi sponsor ed il gioco sembra funzionare. L'edizione di Los Angeles resta infatti un indubbio successo, economico ed organizzativo, a cui si aggiungono le presenze di grandi campioni, uno su tutti un velocista e saltatore americano che fa rivivere le epiche imprese di Jesse Owens.
In preparazione dei giochi
In occasione dell'XI Congresso Olimpico tenuto a Baden Baden nel settembre 1981 il Presidente del CIO Samaranch ritornò sul tema della politica: «Nella maggior parte dei casi gli atleti, le federazioni e i Comitati Nazionali devono, per sopravvivere, fare i conti con i loro Governi. Se è vero che tale rapporto deve essere il migliori possibile, non è meno importante il fatto che ogni governo rispetti l'indipendenza e l'autonomia verso le organizzazioni sportive internazionali. Cooperazione franca e leale ma senza alcuna subordinazione. A questo proposito vorrei parlare di un argomento delicato, l'Apartheid e lo sport. Il CIO fu il primo ad escludere l' Africa del Sud fin dal 1970 dai Giochi per via della sua politica razziale». Questa azione, continuò Samaranch, non fu una mancanza di rispetto verso ciò che un governo decide in piena indipendenza di fare, ma fu una reazione a misure che snaturavano il senso stesso dei principi olimpici e che avrebbero messo in discussione l'esistenza stessa dello sport. Più oltre Samaranch affronta il tema del riconoscimento internazionale del CIO da parte dei vari governi. «Se questo all'inizio è stato un vantaggio perché consentiva una certa indipendenza d'azione, afferma, adesso è diventato un ostacolo. Dopo vari iniziative del CIO volte a superare il problema la Svizzera per prima ha riconosciuto ufficialmente il CIO a livello governativo». Lord Killanin, nella stessa sede in un discorso da Presidente Onorario del CIO, ribadì il rischio che la politica potesse dettare legge in campo sportivo. In riferimento ai passati Giochi di Mosca affermò: «..realizzammo che il movimento olimpico e gli atleti in prima persona, sarebbero stati sacrificati per via dell'azione improvvisata e mal diretta del Presidente degli Stati Uniti che si impegnò a sabotare i Giochi moscoviti, giochi proprietà del CIO e non certo dell'Unione Sovietica. [….] Nonostante il tentativo di usare a fini politici i Giochi di Mosca, penso che ciò si sia rivelato un fallimento» (28). Sono parole coraggiose e dure che ripetono, inasprendolo,un concetto analogo espresso a Montreal 5 anni prima nel luglio 1976 dallo stesso Killanin allora nella sua veste di Presidente del CIO. All'annuncio della non partecipazione dell'Unione Sovietica ai giochi di Los Angeles segui' una intensa serie di incontri nel mese di maggio 1984 tra membri del CIO, Federazioni nazionali e le parti interessate dal ventilato boicottaggio. Il primo giugno a Parigi, nella solenne cornice della Sorbona, in occasione del 90°anniversario del CIO, a 24 ore di distanza dalla chiusura delle iscrizioni ai XXIII Giochi Olimpici apparve chiaro che l' Unione Sovietica non vi avrebbe partecipato. Il Presidente del Comitato Olimpico Francese (CNOSF) Nelson Paillou, tenne un discorso chiaro di condanna delle intrusioni politiche nelle Olimpiadi. «Il Comitato Olimpico francese ha sempre condannato le prese di posizione politiche che possono e dare un colpo mortale all'Olimpismo. Non abbiamo risparmiato gli Stati Uniti nel 1980. Abbiamo preso parte entusiasticamente ai Giochi di Mosca..... Nel 1984 abbiamo sperato fino all'ultimo momento che l'Unione Sovietica sarebbe stata abbastanza generosa da dimenticare il passato e insegnare al mondo come salvare l'Olimpismo andando a Los Angeles. L'Unione Sovietica non ha voluto che questo sogno fosse realizzato». Il presidente Paillou continuò ricordando che il Movimento Olimpico stava attraversando uno dei momenti più dolorosi della sua storia proprio in Francia, patria dei Diritti dell'Uomo, e che stava diventano di estrema importanza trovare riforme dirette a limitare “the increasingly dominating influence of State power”. L'accento era poi posto sul fatto che quelli occorsi nel 1980 e 1984 erano da considerarsi degli incidenti inconcepibili se rapportati alle idee del fondatore del Movimento Olimpico De Coubertin. L'ultima parte del discorso riguardava la prossima candidatura di Seoul nel 1988. Il relatore si chiedeva se non ci si dovesse preoccupare per il contesto politico in cui si sarebbero svolti. La proposta sarebbe stata quella di posporre la candidatura coreana in favore di una città come Barcellona (che in realtà ospiterà i Giochi nel 1992) Il suo discorso fu improntato ad una chiarezza e praticità che mai fino ad ora si erano sentiti in incontri ufficiali del CIO. L'intento era quello di analizzare senza circonlocuzioni gli eventi recenti e di proporre soluzioni adeguate. Per certi versi fu anche una allocuzione spregiudicata al di fuori delle prudenti e contenute dichiarazioni in contesti analoghi. Dopo Paillout prese la parola il Presidente della Repubblica francese François Miterrand, il quale sottolineò la sua condanna nel 1980 della decisione americana di boicottare i Giochi. Condanna motivata dal fatto che la politica non può e non deve vanificare le speranze e gli sforzi dei giovani che hanno dedicato anni alla preparazione di questo evento. In maniera analoga si sentì di condannare la decisione sovietica di boicottaggio. I giochi olimpici andavano difesi da interessi commerciali eccessivi come da esasperati nazionalismi. Miterrand coglieva infine anche l'occasione per rinnovare la proposta di candidatura della Francia per le Olimpiadi del 1992, attribuendo alla nazione francese i meriti di aver promosso lo spirito olimpico a partire da De Coubertin in poi. Dopo un nobile inizio dunque il discorso scese a più mirati interessi di parte. La relazione del Presidente del CIO analizzò le ragioni della mancata adesione dell'Unione Sovietica e di 13 nazioni ideologicamente allineate. Vennero ripercorse tutte le tappe e gli incontri che avevano portato a questa decisione: più volte si ribadì che tutte le richieste da parte sovietica riguardanti soprattutto la sicurezza dei suoi atleti erano state esaudite, ma invano. Alcuni passaggi riguardarono il dramma di molti atleti che non avrebbero potuto partecipare ad un evento unico per cui si erano preparati per anni. Si trattò di un discorso relativamente generico nei toni e nei contenuti, abbastanza distante dalle ferme prese di posizione dei due relatori citati in precedenza. A parziale discolpa va detto che la carica di Presidente del CIO, rappresentante di tutti Comitati Internazionali, deve far capo ad una universalità di opinioni che poco concedono ad una libera espressione di pensiero.
I giochi
L'Ufficialità' della cerimonia di apertura dei Giochi non permise di dedicare troppa attenzione ai problemi irrisolti come il boicottaggio in atto nei vari discorsi di rito. L'unico breve accenno alla questione fu del Presidente Samaranch «Sono sicuro che (gli atleti) gareggeranno secondo i principi del vero spirito Olimpico, della comprensione e fratellanza senza nessuna influenza politica. Tuttavia il nostro pensiero va a quegli atleti che non hanno potuto essere qui». Nei limiti di quello che l'etichetta consente in questa occasione, si tratta comunque di una frase importante recitata in un contesto mondiale.
Dopo i giochi
Dopo la conclusione dei Giochi di Los Angeles si tenne a Losanna un incontro straordinario per analizzare quanto accaduto. La relazione di Samaranch ricordò innanzitutto il grande successo dell'edizione 1984 che aveva rafforzato l'idea di un Movimento Olimpico in grado di far fronte a grandi imprevisti. Il CIO, ricordò il Presidente, era nato per far applicare e custodire i principi del Movimento Olimpico. La sua composizione e la sua struttura furono concepiti per evitare le trappole in cui cadono la maggior parte delle organizzazioni internazionali intergovernative. Questa indipendenza e' garanzia di sopravvivenza ed e' un'arma efficace per la difesa dalle pressioni e dalle tentazioni che ben si conoscono (l'allusione ai recenti fatti politici e' chiara). Il concetto di indipendenza dalla politica occupò tutta la prima parte del discorso e fu ripreso nell'ultima parte a proposito delle edizioni successive. Nella seconda parte si trattò della violazione dei doveri della Carta Olimpica da parte delle Nazioni che nelle ultime 3 edizioni precedenti avevano deciso di non partecipare ai Giochi per svariati motivi e si puntualizzarono alcuni aspetti della Carta stessa. Il discorso si pone in una linea di rinnovamento del CIO e di adeguamento dello stesso all'evolvere dei tempi pur nel rispetto dell'etica alla base del Movimento. Viene fatto riferimento inoltre alla Dichiarazione di Città del Messico del 7, 8 novembre 1984 da parte dei Comitati Olimpici Nazionali che in 22 punti pone le basi per una svolta del Movimento Olimpico. Tra l'altro al punto 5 dichiarano che «la partecipazione ai giochi olimpici e' un diritto fondamentale per un atleta e domandano ai Comitati Olimpici Nazionali di prendere tutte le disposizioni necessarie perché tale diritto sia garantito conformemente alla Carta Olimpica».