lunedì 7 maggio 2018

A Ginevra negli anni della mia giovinezza

Le mie prime visite alla città risalgono ai primi anni 60. Allora ero un poco più di un bambino. Mi era stata regalata una macchina fotografica rudimentale con una fodera in plastica grigia che aveva come opzioni  unicamente la scelta tra Tempo nuvoloso/Sole splendente, messa fuoco e pulsante per lo scatto. Montava rullini da 12 foto, esclusivamente in bianco e nero. Ho ancora una foto di quella macchinetta, ritrae delle lapidi del cimitero di St Georges, per lo meno credo, che già allora costituiva luogo di meditazione e relax delle mie esplorazioni del territorio. Di Ginevra ho sempre ammirato la tranquillità di alcuni quartieri periferici, veri angoli di quiete dove lo scorrere delle giornate sembrava possedere una dimensione familiare di pace introvabile nella mia città natale. Il sobborgo (quartiere?) di Chene Bougeries per esempio, dove abitavano i miei cugini svizzeri, era un susseguirsi di giardini delimitati da basse recinzioni lignee, più simboliche che reali, di spazi ben delineati dove regnava ordine ovunque. Anche le case più semplici pur recando i segni del tempo trascorso, qualche scrostatura, i legni sbiaditi o gli infissi ormai obsoleti conservavano un aspetto che mai sconfinava nell'ordinario del cattivo gusto. I nomi stessi delle strade lì iniziavano spesso con "Chemin" (de la Gradelle,  de la Montagne, des Flombard) appellativo per cui non ho mai trovato una traduzione soddisfacente in italiano. Non "cammino" di certo, non "sentiero" e neanche il generico "via". In quel quartiere al confine con più recenti edifici dormitorio era ancora possibile scoprire angoli di verde con viali ben tracciati e semplici ma bellissime lapidi tombali: il cimitero del quartiere di Chene Bougeries appunto. Li è possibile ammirare una pietra singolare che invece che l'effige del defunto reca l'immagine di un fagiano! Dichiarazione d'amore ad eterna memoria di un animale amato?  o della nobile arte venatoria?


Ma Ginevra è anche stata il centro città con le Rues basses e i grandi magazzini tra cui lo storico Grand Passage, i cui reparti costituivano nei miei anni '60 una meraviglia continua. Soprattutto il reparto libri. Anche se avevo ormai da tempo completatata la raccolta delle avventure di Tintin, un fumetto della grande scuola belga dai tratti nitidi e semplici, dai bellissimi colori netti, la mia curiosità era attratta dai classici, su tutti l’immenso Marcel Proust. Ogni testo critico serviva ad arricchire la mia bibliografia, mi piaceva spaziare dai temi  linguistici, talora un poco noiosi e difficili ai testi più squisitamente biografici fino ad arrivare ai saggi che trattavano aspetti particolari, Proust e la musica, Proust e la pittura... Inter scaffali erano dedicati ai Livres de poche dalle belle copertine  specie quelli più vecchi con immagini che sapevano ancora un pò di rotocalco....


Dalle Rue Basses si saliva, per tornare a casa da mia sorella, per la città vecchia, attorno alla Cattedrale dove trovavo le vetrine dei negozi di libri antichi cui mi avvicinavo con curiosità e reverenza: sugli scaffali introvabili testi su Proust alimentavano la mia voglia di possesso, voglia frenata solo dai prezzi inaccessibili. C'era poi più prosaicamente la Ginevra dei molteplici supermercati. Dall'istituzione nazionale rappresentato dalla Migros alla più signorile Coop, era un susseguirsi infinito di banchi che da noi in Italia non esistevano ancora (erano gli anni '60 e a Torino la piccola, immutabile distribuzione regnava sovrana). Il reparto alimentari era fonte di continue novità inaspettate. Si spaziava dalle cioccolate che nonostante un Franco svizzero forte, erano discretamente convenienti rispetto alle nostre abbastanza limitate disponibilità nazionali. Poi le minestre liofilizzate, i biscotti, le salse e decine di altre offerte.

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Gli anni sono passati anche per Ginevra. Sono comparsi qua e là sui muri, come nelle nostre città, gli orribili graffiti del disagio giovanile, segni incomprensibili se non visti attraverso l'intenzione dello sfregio di un bene pubblico, di un segnale di esistenze dai limitati orizzonti mentali. E' cambiata e a volte non in meglio anche la fisionomia di interi quartieri, raggiunti da opere faraoniche di viabilità cittadina. Vecchie mura di mattoni abbattute a beneficio del grigio cemento, case solide di fine '800 con le mura in bugnato circondate da polverosi cantieri. Sono forse cambiati soltanto i miei occhi: poco meno di 50 anni hanno cambiato la mia percezione dell'ambiente, quell'uniforme velo di fascino che diffondeva per le vie, sui bei portoni di legno massiccio, sugli acciotolati che portavano ai bastioni incombenti sulla place du Theatre, tutto si è stemperato nel più ordinario degli aspetti del quotidiano dove le persone hanno fretta di ritornare a casa e le automobili si riversano nelle corsie trafficate del Pont du Mont Blanc. Rue du Pré Naville conserva ancora un'aria appartata ai confini del bellissimo parc de la Grange: il balcone della Nina, anziana cugina ginevrina, dove canticchiavo sopvappensiero aspettando solo l'attimo per chiedere di farmi un giretto lungo il lago, è ancora lassù al secondo piano e di certo dell'annoiato quindicenne non ha memoria. Ritorno ogni anno a Ginevra, ripercorro le stesse vie senza mai annoiarmi, sfioro esistenze che mi saranno ignote per sempre, ogni volta guardo con ammirazione i muri delle case del centro città, muri in bugnato, quasi sempre in pietra grigia, studiate per trasmettere la solidità morale di un ceto borgehese ricco, consapevole della propria sicurezza e del proprio benessere. Anche i portoni, gli infissi delle case spesso conservati e mai rinnovati per decenni possiedono quella patina di vetustà che conferisce il fascino delle cose vecchie, immutabili e durevoli. 

venerdì 4 maggio 2018

Tromba di scale, bellezza e tragicità di un luogo neutro (aggiornato)

La tromba, in architettura, è lo spazio vuoto attorno al quale si avvolgono le scale. (Wikipedia)


 
(Torino Casa inizi '900)


La tromba delle scale è uno spazio comune, luogo d'eccellenza di morte accidentale o volontaria. E' impressionante, se solo si ha la voglia di approfondire, quanti incidenti nelle pagine dei quotidiani hanno come protagonista la tromba delle scale. In alcuni casi vengono scelte per darsi la morte, forse lo spazio delimitato da mura, interno, circoscritto dalla frequentazione quotidiana è in grado di dare l'estremo coraggio a chi cerca, con un drammatico atto, la fuga dalla vita. Se si digita su di un motore di ricerca "tromba delle scale, suicidio" si ottengono migliaia di risultati, a rimarcare l'alea mortifera che avvolge questo apparentemente neutro di uno spazio comune. Nell'archivio de La Stampa l'articolo più vecchio che riporta un suicidio di scala è del 1902. Elvira, sartina romana, abbandonata dal fidanzato si reca alla di lui abitazione e salita in cima alle scale pone fine ai suoi giorni precipitandosi nella tromba. Accanto a queste morti procurate per disperazione ci sono quelle avvolte dal mistero, come quella del generale Baldwin che nel 1951, sempre a Roma, vola dal sesto piano sempre nella tromba delle scale. Il giornalista dopo aver descritto con funerea precisione descritto il luogo della sciagura  annota che il morto "vestiva, all'atto della tragica fine, un completo di gabardine verde bottiglia con scarpe marroni e camicia di seta. Al polso aveva un orologio d'oro che si è fermato sulle 12,6, l'ora esatta in cui il suo corpo si è sfracellato al suolo".

Numerose sono le forme con cui la tromba si presenta, dalle più eleganti elicoidali, coniche o semplicemente circolari alle classiche rettangolari talora ristrette all'inverosimile (foto 1).

  
foto 1 (Torino. Edificio anni 30)

Spesso questo spazio vuoto, viene riempito con un ascensore che lo priva della sua bellezza. Invece a volte è stato possibile conservare l'eleganza del disegno grazie anche alla ricchezza dei particolari  di piastrellature e ringhiere. (foto 2, 3).

                                                  
foto 2 (Milano inizi '900 Casa signorile)

 
Foto 3 tratta da "https://it.freepik.com"

L'architettura del ventennio, forse, è stata più in grado di molte altre, di creare autentici capolavori di equilibrio ed eleganza.

Foto 4. Milano Palazzo della Borsa

In alcuni casi la struttura è grandiosa e ricorda le impossibili creazioni di Escher  come nella scala elicodale degli anni '30 nella Borsa di Milano. Foto 4. Qui la struttura in cemento armato è rivestita da marmo di Carrara venato a ricordare lo scalone monumentale di Caprarola, capolavoro del Vignola.
In altri casi la scala diventa ricostruzione di luoghi immaginifici, creata al computer....